Tiziano Bisi / Il viaggio e l’oblio

Tiziano Bisi, Dalla via Emilia a San Pietroburgo, Quodlibet, pp. 384, euro 18,00 stampa, euro 10,49 epub

Odio la patria, sono maledetto”, parole di Rimbaud fatte proprie da Tiziano Bisi per dimostrare la propria assoluta contrapposizione alla società, un’attitudine provocatoria che lo porta, con movenze prestate a Thomas Bernhard, a disprezzare la superficialità dei propri connazionali e del mondo che lo circonda in un impeto distruttivo totale. La sua attitudine al vagabondaggio nasce da una condizione di isolamento e di disagio. Viaggiare significa far perdere le proprie tracce, cercando di confondere persino il proprio io, quell’individualità incerta che ci portiamo dietro come un vestito appartenuto ad altri.

Dalla via Emilia a San Pietroburgo, titolo derivato da un noto album di Guccini, raccoglie numerose esperienze di viaggio nelle lande più remote dell’est europeo. Il mal di vivere, che è di Baudelaire e di Leopardi, porta a esperire confini inattingibili, a spingersi verso un ignoto che è promessa dell’oblio. È “l’orrore del domicilio” a condurre Bisi verso le lontananze più estreme, come quelle di Murmansk e Teriberka, quella condizione di spaesamento che è il vero obiettivo dell’errare. La Pietroburgo dei grandi scrittori, delle case–museo nelle quali sembra aleggiare ancora il loro spirito, occupa una considerevole parte del libro. Bisi intesse le vite di Achmatova, di Mandel’štam, di Esenin, di Gumilëv, di Majakovskij, sottolineando come la Russia sia stata crudele con i suoi poeti spingendoli, in maniere diverse, verso l’abisso della morte.

Si percepisce una grande attrazione verso la cultura russa, anche se a volte si rischia di cadere nel didascalico. Parlando di Pietroburgo, Bisi dimentica Andrej Belyj, che a questa città ha dedicato un libro magnifico in grado di rendere il suo tessuto evanescente e lugubre, nel quale realtà e apparenza si mescolano fino a risultare indistinguibili. Un teatro d’ombre dove si aggirano spettri nebbiosi e sfuggenti. Chi, come il sottoscritto, a San Pietroburgo ha abitato palazzi fatiscenti dai pianerottoli maleodoranti, dormendo in cucine dove ronzava incessante un frigorifero di fabbricazione sovietica, apprezzerà le atmosfere del libro, quel gusto della devastazione che ancora alberga in gran parte dell’Europa orientale.

Il rapporto fra Bisi e la Russia è di amore e odio. Si possono apprezzare i bar di Pietroburgo, spazi defaticanti per la mente, e nel contempo criticare le spacconate degli oligarchi, o ancora ironizzare sull’ossessione dei russi riguardo la grande guerra patriottica, protagonista immancabile delle loro pellicole più note, e sulla loro costante ricerca del nemico fascista. Pagine che acquistano un sapore amaro alla luce della recente invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Viaggia su mezzi di fortuna Bisi, improbabili pullman o auto guidate da uomini fiaccati da esistenze misere; viaggia per non inaridire, per distrarsi da sé stesso. Giunge in questo modo all’estremo nord. Il tessuto urbano di Murmansk è dominato da una tinta grigia, opprimente, mentre Teriberka è una vertigine che rischia di inghiottirti, e allora non si può far altro che tornare indietro. “Se potessi eternare un istante della mia vita eternerei questo. Eternerei questa sensazione. Come di non essere. Come di essere in un limbo. Come di essere sospeso tra un prima incerto e un dopo sconosciuto”, scrive Bisi descrivendo le proprie sensazioni durante un momento del suo viaggio in pullman. La tensione verso l’altrove si scontra con l’inevitabile fallimento, e allora ci si può solo perdere fra i sedili consunti di un bus, cercando di obliare sé stessi e il mondo, trovando un effimero sollievo al dolore di esistere.