Con Il patto dell’acqua e prima La porta delle lacrime, Verghese ci aveva abituato a storie complesse ambientate in India, Africa e Stati Uniti, storie a sfondo famigliare, in cui il suo essere medico regalava uno sguardo particolare alle persone e sottolineava una predilezione per gli aspetti più materiali e corporali della vita. Aspetti che in effetti sono fondamentali ma spesso sono trascurati a vantaggio di approfondimenti psicologici o storici. Verghese è sempre riuscito a inserire la medicina nei suoi romanzi in modo mirabile, ovvero senza che noi lettori ci accorgessimo che quella era la sua professione.
In Tennis partner l’autore parla invece in prima persona, e parla da medico. Siamo a El Paso, in Texas, e il professor Verghese vi si è appena trasferito con la famiglia. Lavora all’ospedale, e la sua specialità è la medicina interna, le malattie virali e l’AIDS. Siamo negli anni ’90 e l’epidemia di AIDS è nel suo momento peggiore: ancora non se ne parla diffusamente, ancora è uno stigma per i gay, ancora non lo si sa curare efficacemente né diagnosticare abbastanza per tempo. Il professor Verghese però è molto bravo, appassionato, attento. Anche ai suoi allievi, tutti specializzandi, insegna il fondamentale rito della rilevazione del polso, il mistero complesso della diagnosi, l’infinita responsabilità della cura.
Il male che però sembra affliggere molti medici è la dipendenza dalla droga. Lo stress di una professione che richiede tantissimo studio prima e tantissimo impegno dopo, combinate con un facile accesso ai farmaci e l’illusione di poter dominare le droghe attraverso la conoscenza, rende la categoria dei medici molto più a rischio di quello che si crede. Così nella sua prima settimana di lavoro all’ospedale dell’università TexasTech, il professor Verghese incontra David Smith, uno specializzando australiano con una lunga storia di droghe, riabilitazioni e ricadute. È uno studente attento, ma molto isolato, e si vede che qualcosa lo tormenta profondamente. È stato un tennista professionista, mentre Verghese è fin da quando era giovane un appassionato giocatore: ha guardato infinite ore di tennis in tv, ha preso lezioni, giocato, e pur senza raggiungere risultati agonistici non vede l’ora di giocare con David. A un certo punto vince la timidezza e lo invita a giocare. E incredibilmente David accetta l’invito.
Attraverso il tennis i due uomini si scambiano i ruoli, creano uno spazio e un tempo che restano fuori dal lavoro, dagli impegni e anche dai problemi personali, uno spazio e un tempo la cui condivisione li avvicina progressivamente e li fa diventare amici. Mentre David lotta con la sua dipendenza, Verghese si separa dalla moglie, va a vivere da solo cercando di conservare il rapporto affettuoso e intenso con i due figli.
A poco a poco tra David e Abraham si crea un dialogo, le due solitudini si avvicinano e sembrano sfumarsi, nascono nuovi equilibri e nuove possibilità. Il professore diventa partner sul campo da tennis. David comincia una nuova riabilitazione, trova una nuova compagna. Verghese passa da una casa in affitto deliberatamente vuota a un appartamento acquistato di cui cura l’arredo. La loro amicizia protegge entrambi dai fantasmi del passato e dalla paura dell’avvenire. È come quel momento magico che si verifica sul campo da tennis, quando la concentrazione è perfetta e ogni colpo sembra altrettanto perfetto, quando i giocatori trovano un ritmo che li rende presenti e vigili, e quando quel momento di grazia s’estende a tutto il resto e la vita sembra semplice e scorrevole, e noi sembriamo perfettamente adeguati. Ma appunto è solo un momento. David non saprà resistere all’ennesima ricaduta nella droga. E Abraham si ritroverà di nuovo da solo, anche se nel frattempo avrà imparato a trarne forza e bellezza.
Tennis partner è un’autobiografia scritta nel ’99 e pubblicata allora in America. Oggi la ripropone Neri Pozza, che in questo modo ci fa conoscere appunto un Verghese diverso: più riflessivo e più preoccupato, certamente meno suggestivo ed evocativo, ma sempre interessante e degno di essere letto.


