Alessandro Moscè / Quel che accadeva sotto i tetti

Alessandro Moscè, Le case dai tetti rossi, Fandango, pp. 192, euro 17,00 stampa, euro 9,99 epub

La psichiatria è una branca della medicina che mi ha sempre affascinato perché entra nei meccanismi della mente delle persone, per cui ho sempre alimentato il mio interesse cercando di documentarmi il più possibile. Disciplina molto controversa, ancora oggi molti pazienti sono restii a dichiarare di assumere psicofarmaci per paura di subire lo stigma che aleggia attorno a queste malattie. Girando tra i social, ci sono diverse pagine che riuniscono persone che soffrono di disturbi mentali, depressione, ansia, disturbi bipolari, attacchi di panico e così via, e non mancano mai apprendisti stregoni e novelli guaritori che promettono metodi migliori dei medicinali che secondo loro brucerebbero il cervello. Al di là delle sterili polemiche, gli studi scientifici e i risultati ottenuti possono essere ignorati solo da chi si vuole approfittare di persone in difficoltà e quindi talvolta manipolabili. Non è certo un caso se la prima vera svolta positiva nella cura dei malati sia venuta con l’avvento dei primi antidepressivi triciclici e ansiolitici messi in commercio. Prima, come ci racconta Alessandro Moscè, i pazienti erano reclusi dentro le alte mura dei manicomi e venivano sottoposti a elettroshock e assunzione di sedativi per calmare le loro crisi.

L’autore, anconetano di nascita e attualmente residente a Fabriano, torna nella sua città, in tempi recenti, in occasione della vendita della casa della nonna in cui passava tutte le estati. Il manicomio era lì vicino e la sua curiosità insieme a quella di Luca, l’amico di infanzia e figlio del giardiniere del manicomio, Arduino, li spinge a voler sapere di più su quella cittadella chiusa e formata da tanti piccoli stabili. Quando torna, non può fare a meno di visitare le zone del manicomio, dal 1981 trasformato in un centro residenziale di assistenza sociosanitaria e poliambulatori medici, e tra edifici che sembrano cadere in rovina e giardini non più curati perfettamente come quando se ne occupava Arduino, ripensa ai tempi passati. Oltre a ricordare la vita nei primi anni Settanta in quella provincia, quando ancora chi passava nei pressi della struttura sembrava allungare il passo e ignorare i pazienti dietro il cancello chiuso, Moscè fa rapide incursioni tra i suoi ricordi, su come passava il tempo e giocava con Luca e su quanto fossero tentati dal saltare il muro nonostante le raccomandazioni dei genitori. I pazienti erano posseduti dal diavolo e quindi dovevano essere evitati, magari anche facendosi il segno della croce o facendo un gesto scaramantico. Con l’aiuto della direzione sanitaria riesce a consultare le cartelle cliniche dell’epoca, dove i ricoverati vengono dichiarati alienati o folli, e con il ritrovamento del diario giornaliero che teneva Arduino, riesce a ricostruire vite che sono storie di pazienti reclusi e imprigionati in camicie di forza, senza alcun tipo di contatto umano.

La svolta la dà il professor Lazzari, seguace delle teorie di Basaglia, passando dall’isolamento a momenti di condivisione tra pazienti, dando spinta alla creatività artistica fino a eliminare la divisione interna tra uomini e donne e dare l’assenso alle prime uscite. I vecchi metodi vengono soppiantati e con l’ausilio dei nuovi medicinali i pazienti migliorano nettamente. Da quel momento il manicomio di Ancona fu preso a modello del nuovo corso. Un romanzo che mescola realtà, finzione, biografia e ricordi, che mette in primo piano una situazione tragica da cui abbiamo cominciato a uscire concretamente il 13 maggio 1978 con la riforma Basaglia, con un lungo percorso costellato di ostacoli e pregiudizi. Il racconto si snoda fluido, lo stile e il ritmo sono omogenei, del resto Moscè conosce gli strumenti letterari e li usa con sapienza: poeta e narratore, ha scritto diversi saggi, le sue poesie sono state tradotte all’estero e ha pubblicato e curato diverse antologie. Un documento importante per far luce su un’esperienza che speriamo sia definitivamente chiusa.

 

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