Andrea Bruno / Impossibilità di un’isola

Andrea Bruno Punica Fides, Sputnik Press, pp. 144, 21x39,7 cm., euro 22,00 stampa

Punica fides, dal latino “fedeltà cartaginese”, per i romani significava  “malafede, spergiuro, slealtà” (Wikipedia). Punica è una città posta su un’isola e presidiata da guardie armate. Un isola può anche rivelarsi una trappola e Punica, nel tempo si è autoesclusa dal resto del mondo: nessuno entra, nessuno esce. O quasi. Toni, un musicista indie senza troppo successo, vi fa ritorno dopo molti anni, assecondando la richiesta di una giornalista, per fare uscire Petra, una sua vecchia conoscenza.

Appena sbarcato l’atmosfera in città, cupa e opprimente, ti accoglie con una carezza di carta vetrata. I suoi palazzi fatiscenti si alzano verso il cielo come in una pubblicità del lato oscuro. C’è sicuramente qualcosa di sbagliato/malato che si respira nell’aria ma che fino all’ultimo momento non riusciremo a mettere a fuoco. Almeno non completamente.

Punica dà rifugio a giovani apolidi, punk, dissidenti, puttane, pusher e trafficanti di ogni risma, ma assomiglia più a una precaria interzona che a uno spazio sicuro.
La sua toponomastica si richiama inoltre a quella di un campo da baseball dove, secondo uno schema rituale interiorizzato da entrambe le fazioni, i giovani  e le guardie (“Sbirrobinieri”) si sfidano in campo aperto in uno scontro che non sembra possa avere mai fine. Le guardie forse non potranno neppure essere davvero sconfitte, ma solo contenute o aggirate, come scopriremo in seguito, i loro corpi vengono alla luce dentro a baccelli come nel film di Don Siegel (“in questa stagione e non sono ancora formati”).

Ben presto i due protagonisti, Toni e Petra, dovranno lasciare  Punica ma il viaggio di lui si rivela molto più complicato del previsto perché certi luoghi desolati possono trovare una reale corrispondenza soltanto in determinate periferie della mente, che non compaiono sulle mappe ufficiali, da cui poi è difficile uscire. Il tempo del resto sembra essersi fermato ovunque attorno agli anni ’70, sui muri i telefoni a gettone fanno ancora parte del paesaggio urbano e sembrano funzionare.

A scanso di equivoci: non si tratta dell’ennesima distopia. Andrea Bruno ha scritto e disegnato Punica Fides, credo, come parabola sugli spazi perturbanti di libertà che ogni giorno sfuggono alla narrativa della repressione esistenziale, passando inosservati sotto ai radar della politica, rimasta senza più nemmeno le parole per descriverli. Spazi liminari di una società invisibile, che il resto del mondo non sopporta di dover vedere ma decodifica in forza di un antagonismo stereotipo. La prima volta che l’ho letto – consiglio a tutti poi di tornare a rileggerlo – Punica fides mi ha fatto pensare insensatamente a una versione post punk di Perla, la città degli incubi e delle rovine, che pure doveva apparire familiare ai contemporanei di Alfred Kubin.

Il fumettista catanese, tra i fondatori di Canicola, oggi docente all’Accademia delle Belle Arti di Bologna,  torna con questo graphic novel a un progetto interamente solista, con un editore  “periferico” come Sputnik, cui fa premio oggi il rigore della ricerca e del lavoro culturale svolto negli ultimi anni. Bruno, che nelle interviste dichiara di prendere più spesso spunto per i suoi racconti da un’immagine che non da un’idea, introduce qui l’ambientazione come si presenta il personaggio principale, il vero protagonista che alla fine si mangerà la storia.

Ma, anche qui, per quanto si voglia spiegare tutto, la realtà resta più complicata di come appare. Le  tavole bianco e nero alternano il formato 2×2, usato per inquadrare l’indecidibile umanità di Punica, alle ampie vedute orizzontali riservate agli scorci dei paesaggi e alle rovine urbane. Il nero compatto, bidimensionale, interagendo con le sfumature grigio sporco del disegno, conferisce al fumetto un tratto granulare inaspettato, distintivo rispetto a coordinate autoriali (Mugnoz, Pratt, Breccia) che Bruno indubbiamente sa evocare. In ultima analisi  Punica Fides appartiene a quel genere di fumetti che richiede  attivamente la collaborazione del lettore, sollevando più interrogativi di quanti ne intenda effettivamente risolvere con le parole. Il che personalmente mi ha fatto molto ben sperare.