Andrea Santucci / Ana (Anita) Maria de Jesus Ribeiro, donna

Andrea Santucci, In morte di Anita Garibaldi, Clown Bianco, pp. 288, euro 18,50 stampa, euro 7,49 epub

Il giallo storico sta conquistando un pubblico di estimatori sempre più vasto, in parte grazie all’espansione di mercato del romanzo storico in sé, in parte per il successo di alcuni autori – primo fra tutti Andrea Camilleri con i “romanzi storici e civili” ambientati nella Sicilia dell’Ottocento – che hanno stuzzicato la curiosità dei lettori. Andrea Santucci (non ha nulla a che vedere con il consigliere leghista di Colleferro che vorrebbe intitolare un piazzale a Adolf Hitler) è un autore milanese che si è cimentato in precedenza con il fantasy, in coppia con Gianni Falconieri; in questo romanzo affronta un mostro sacro della storia patria, inquadrato però in un episodio minore e poco approfondito, e proprio per questo intellettualmente stuzzicante.

Non si può dire che Giuseppe Garibaldi sia tra gli argomenti più saccheggiati dagli autori italiani; anzi, è significativo che le biografie più conosciute siano di provenienza estera – persino alcune tra le prime, diffuse già nell’Ottocento, per la penna di Alexandre Dumas (fils) e Jessie White Mario. Per la verità, è uscito di recente del pattume revisionista che si definisce neoborbonico, e che attacca la figura di Garibaldi dal punto di vista di un mitico buongoverno borbonico mai esistito, dimenticando tra l’altro che la maggior parte dei combattenti si unirono al generale dopo lo sbarco di Marsala, dopo la battaglia di Calatafimi, come logica prosecuzione delle insurrezioni popolari dell’anno precedente a Palermo e in altre città siciliane.

Santucci sceglie con intelligenza un episodio preciso e poco conosciuto, la morte di Ana Maria de Jesus Ribeiro, familiarmente chiamata Anita, avvenuta il 4 agosto 1849 nelle campagne presso Ravenna, mentre è incinta del quinto figlio. Garibaldi stava cercando di raggiungere, con alcuni fedeli seguaci, Venezia, insorta contro l’Austria; aveva guidato fino a San Marino migliaia di volontari sfuggiti alla caduta della Repubblica Romana, facendosi beffe di borbonici, austriaci, francesi e papalini che cercavano di intercettarli. Anita muore a 28 anni di sfinimento, anche a causa della gravidanza avanzata, e viene sepolta in maniera frettolosa e approssimativa in una zona sabbiosa mentre il marito, distrutto dal dolore, è di nuovo in fuga per non essere arrestato e fucilato.

Nel 1854, cinque anni dopo i fatti, un capitano della gendarmeria pontificia, Giordano Bruno Venettacci, viene incaricato di revisionare l’intera inchiesta legale sulla morte della donna: questo perché monsignor Bedini, ex commissario straordinario del papa a Bologna, teme di essere accusato di leggerezza nel momento in cui sta per raggiungere il porporato. Infatti, le indagini da lui coordinate nel ’49 avevano determinato cause legali per il decesso di Anita, e ciò nonostante il primo esame avesse riscontrato tracce di strangolamento sul collo della donna.

Venettacci è un personaggio singolare, vegetariano integrale (questo dettaglio, storicamente ammissibile, gli provoca alcuni contrattempi); porta con sé il brigadiere Caccia, che al contrario ha sempre un formidabile appetito; i due si muovono tra Venezia e Ravenna, intervistando una serie di persone nel tentativo di ricostruire eventi accaduti cinque anni prima. Alcuni personaggi sono frutto d’invenzione narrativa, altri realmente esistiti: perché Santucci si discosta il meno possibile dalla realtà, limitandosi a immaginare solo quando la mancanza di dati, testimonianze, resoconti gliene dà facoltà.

La storia è estremamente godibile, i personaggi accattivanti; i dialoghi sono forse troppo didascalici, nel senso che il tempo del discorso diretto è lo stesso del dialogo reale, senza scorciatoie o riassunti, il che rende talvolta il ritmo un po’ macchioso. Il vero dubbio del lettore si risolve solo nel finale: come si confronterà l’autore con il Mostro, li Garibaldi-reale, che nel frattempo dopo la fuga della moglie aveva riparato in Perù, poi in Cina e negli Stati Uniti, e infine era tornato in Italia a maggio del ’54?

Perché In morte di Anita Garibaldi è senz’altro una storia gialla, con le complicazioni, le false piste, i misteri e le rivelazioni di una trama di detection, ma è prima di tutto una ricostruzione d’ambiente, di mentalità, di abitudini, che fa luce su un fatto storico davvero poco conosciuto, e con la Storia fa giustamente i conti. Per questo, ringraziamo l’autore.

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