La macchina Netflix è un saggio filosofico sul capitalismo delle piattaforme che ha per oggetto lo streaming “televisivo” e il modello Netflix, la società fondata da Reed Hastings e Marc Randolph nel 1997, oggi accreditata di 325 milioni di abbonati nel mondo. Nata come una delle tante aziende di noleggio di DVD online, Netflix è diventata ciò che è ora dopo aver rivoluzionato per due volte in pochi anni il suo core business: nel 2008 cominciando a distribuire film e serie in modalità “video on demand”, grazie alle connessioni Internet sempre più veloci, e nel 2013 entrando direttamente nella produzione cinematografica e video (una ulteriore rivoluzione, che si è prospettata lo scorso anno con l’acquisizione del gruppo WarnerMedia, poi mancata per la concorrenza di Larry Ellison e di Paramount, sembra per il momento rimandata). Netflix, senza avere alle spalle un nerd come Zuckenberg o Sergey Brin, è oggi una sofisticatissima piattaforma digitale che compete per il nostro tempo e la nostra attenzione nello stesso campionato mondiale di TikTok, Facebook, ecc. e non tanto in quello dei subscription media come HULU né, tantomeno, delle vecchie broadcasting network.
Il lavoro di Ricciardi è di taglio accademico e vede mobilitato un considerevole apparato teorico, a cominciare dalle concettualizzazioni su cui il libro si apre, la “macchina astratta” di Félix Guattari, con i suoi concatenamenti sociali, tecnici e semiotici, e l’”oggetto tecnico” di Gilbert Simondon, per come evolve insieme al partner umano, assumendo una concreta fisionomia individuale in un determinato ambiente. Come il computer ai tempi di Deleuze, una piattaforma post-digitale entra oggi in risonanza non solo con i cavi, lo schermo 4K e la fibra ma con i nostri affetti, i nostri muscoli e i nostri neuroni. In che modo? Per rispondere a questa domanda, la riflessione di Ricciardi risale all’ontologia dei flussi collegando il piano algoritmico e quello estetico della macchina Netflix. Nel farlo, l’autore ripone gli strumenti del passato – il “controllo sociale” deleuziano o i modelli informazionali della prima e della seconda ondata cibernetica – volgendo altrove la sua ricerca. Netflix non è un distributore passivo, ma diventa così una “rit-macchina”, definizione mutuata dal musicologo Kodwo Eshun, che suggerisce la modulazione di flussi eterogenei. Dati e segnali digitali che si implicano a vicenda e a loro volta implicano valori estetici e affetti umani. Un “ritmo”, non inteso in senso puramente musicale, che si insinua tra diverse temporalità da cui emergerebbe anche l’“agentività” della macchina, orientata di principio, in senso capitalistico, all’ottimizzazione delle metriche e dell’engagement.
Il quadro si chiarisce meglio quando Ricciardi comincia ad analizzare il Netflix Recommendation System (NRS), che non è un semplice algoritmo, ma una stratificazione di processi pensata per ridurre lo spazio dell’“incalcolabile” e, in pratica, la classificazione del gusto. L’efficienza di questi processi è a sua volta il prodotto di due tipi di mappe di impressionante granularità: la prima è rappresentata dagli Alt-genres (Micro-generi), con oltre 76.000 categorie che classificano i contenuti non in base ai tradizionali sottogeneri cinematografici, ma in base al “mood”, al cast e allo sviluppo della trama. Inoltre, le Taste Communities, cluster di spettatori definiti raggruppati in base alle abitudini e indipendentemente dai dati demografici classici.
A scanso di ogni determinismo tecnologico, seguendo Guattari, l’autore sottolinea come nel concatenamento macchinico il dato residuo dell’esperienza utente non viene meno; l’“incalcolabile” sfuggito alla mappatura e alla modulazione del gusto (e degli affetti), non scompare e diventa il carburante stesso della piattaforma. Il “rumore”, riprendendo un concetto di Michel Serres, alimenta i bugs, cioè le reazioni contingenti, inclassificabili e imprevedibili degli utenti, che non smettono di infestare Netflix e che l’algoritmo non può sempre eliminare. Paradossalmente, proprio questa aleatorietà rende la piattaforma dinamica e le permette di evolvere nei suoi momenti glitch (neppure la dirigenza di Netflix, ad esempio, pare abbia mai capito perchè Perry Mason fosse così amato dal recommendation engine che lo ha consigliato, contro ogni logica, per anni a milioni di utenti).
In estrema sintesi lo schema de La macchina Netflix vede da un lato la Piattaforma, cioè l’apparato per colonizzare il tempo, imporre misure e predire comportamenti, dall’altro la Rit-macchina, l’edificio trasversale e precario dove i desideri e i ritmi degli utenti possono ancora generare risonanze impreviste e “vie di fuga”. Il volume – che fa sua anche la recente, sterminata bibliografia Netflix in ambito media studies – non offre per questo una visione ottimistica o pacificata delle piattaforme, piuttosto quella di un campo di battaglia attraversato da pulsioni tecno-culturali, che sfuggono spesso a un controllo sistematico. Nel complesso, una lettura densa, rigorosa, non facile per chiunque ma indispensabile per comprendere la politica degli algoritmi e la natura della soggettività nell’era digitale.


