Essere artificiali arriva in una fase in cui l’IA non è più una promessa né una minaccia futura, ma un’infrastruttura quotidiana della produzione informativa. Ma soprattutto approda in un momento incredibilmente destabilizzante: proprio quando sembrava che la scossa del digitale stesse trovando un possibile modello di sostenibilità editoriale – per quanto claudicante e ancora non perfettamente definito – l’Intelligenza Artificiale ha rimesso tutto in discussione. E questa volta, davvero, le possibilità che un vecchio modo di intendere il giornalismo possa trovare ancora spazio sono ridotte al minimo.
In un sistema informativo in cui redazioni, freelance e editori adottano l’IA per scrivere, sintetizzare, titolare e indicizzare, il libro di Antonio Ruoto e Mario Mosca interviene per porre alcuni punti fissi in un dibattito critico che in Italia è ancora in ritardo. Uno dei punti di forza del volume è la scelta di tenere insieme analisi concettuale e verifica empirica, dato che la coppia di studiosi non si limita a discutere l’IA dal punto di vista esclusivamente teorico o come semplice gadget tecnologico, ma la osserva all’opera, misurandone gli effetti concreti sulla qualità dell’informazione. Questo approccio ibrido è forse l’unico possibile in un’Italia in cui il rifiuto pregiudiziale sembra sovrastare perfino l’entusiasmo acritico, mentre quello che serve è ritrovare nei giornalisti una capacità di giudizio fondata, non basata sull’emotività.
Il libro si struttura attorno a tre snodi decisivi, partendo proprio dalla definizione e spiegazione pratica di cosa sia l’IA, quale evoluzione abbia avuto, cosa si intenda per machine learning e pattern recognition, fino ad arrivare alla creazione e all’utilizzo degli agenti. Un’introduzione affatto scontata in un ambiente nel quale l’IA viene spesso scambiata per un discreto traduttore o per un’alternativa al motore di ricerca. Il focus poi si concentra sul racconto di come questo potentissimo strumento abbia già cambiato le carte in tavola del giornalismo contemporaneo, incrociando esempi reali e indicazioni di indirizzo, senza però diventare un manuale di prompt engineering. Una sezione di particolare interesse è poi quella dedicata allo studio comparativo sulla qualità dell’informazione generata dall’IA, non tanto per la semplice lettura dei risultati, quanto perché sposta il discorso dall’hype alla misurazione. È dunque interessante vedere che parametri come completezza, attualità e trasparenza delle fonti possano variare in maniera anche sensibile fra un modello di IA e l’altro, mettendo nuovamente in primo piano la necessità di porre l’uomo al centro, sia esso un professionista dell’informazione o un semplice utilizzatore. La sezione etica, infine, affronta i nodi della fiducia e della responsabilità all’interno di quello che viene definito un cortocircuito deontologico.
Essere artificiali ci invita a smontare l’idea di una IA monolitica, proponendo di “sbucciare la cipolla” per distinguere livelli tecnici, simbolici e sociali. Mai come oggi è infatti determinante fissare una consapevolezza nel comprendere le modalità di funzionamento di questo strumento, soprattutto a fronte del fenomeno dello zero-click (che segna un’interruzione netta del rapporto diretto fra testata e pubblico) e del deepfake journalism. Se una crisi strutturale del sistema dell’informazione è ormai in atto da circa trenta anni, oggi siamo a un punto di svolta davvero epocale. L’unica speranza è affrontare questo cambiamento con la competenza e lo spirito critico a cui ci invita Essere Artificiali.


