Arturo Pérez-Reverte / Fra realtà e finzione

Arturo Pérez-Reverte, Il problema finale, tr. di Bruno Arpaia, Settecolori, pp. 330, euro 23,00 stampa

“L’assassino è il creatore di un’opera?” “Sì” “E cos’è allora il detective?” indagai divertito. “Il critico di quell’opera”. Uno scambio di battute che ben rappresenta il tono dell’ultimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte, Il problema finale, sorta di divertissement sul genere del giallo. Protagonisti un attore in declino il quale, essendo considerato il massimo interprete filmico di Sherlock Holmes, viene investito suo malgrado del ruolo di detective per indagare riguardo una serie di misteriosi delitti, e uno scrittore che si fa chiamare Frank Finnegan, affascinato dall’arte narrativa dell’inganno. Man mano che si procede la vicenda si complica, assumendo le fattezze di un gioco intellettuale, di una partita a scacchi fra l’assassino e l’improvvisato investigatore. Possiamo dire che è proprio l’assunzione dell’improbabile incarico a fungere da motore per l’azione, generando conseguenze inattese.

Il luogo, la piccola isola greca di Utakos che, resa irraggiungibile da una tempesta, tiene in forzata e perigliosa intimità un variegato gruppo di persone, come nella migliore tradizione cinematografica. Il gusto ludico diviene scoperto quando il narratore evoca atmosfere da effetto notte, chiamando in causa il cinema di Truffaut e svelando i trucchi della messinscena. “Un bravo attore passa la vita a essere quello che non è, ma che il pubblico crede che sia”. In quest’ottica Hopalong Basil, questo il nome del protagonista, penetra tanto a fondo nella parte che gli viene assegnata da trovarsi coinvolto nell’inarrestabile spirale di omicidi. Solitarie rovine fanno da scenario alla vicenda, quasi accostando il declino di una civiltà a quello dell’attore incamminato sul viale del tramonto, protagonista effimero di una ennesima e forse estrema avventura per uno strano capriccio del destino.

Il narratore spagnolo gioca con gli elementi della tradizione, anche se il tutto si risolve in un citazionismo tanto filmico quanto letterario che a volte appare un poco fine a sé stesso. Le ombre dei grandi protagonisti hollywoodiani balenano nella narrazione, mescolando realtà e fantasia. L’idea appare interessante, anche se a tratti l’intenzione non coincide con la realizzazione, in particolare quando chiamiamo in causa il labile confine fra realtà e apparenza, indagato con maggiore pregnanza da altri narratori (mi viene in mente Lernet-Holenia, ma l’elenco potrebbe essere molto lungo). Più apprezzabili alcune riflessioni riguardo le dinamiche che muovono l’umanità, come quando si afferma che la massa è “un gruppo di indifesi in cerca di qualcuno che offra speranza fisica o spirituale”, e qui si allude al sorgere delle dittature e all’affermarsi delle ortodossie religiose. Il comportamento di un gran numero di persone, paradossalmente, è più facile da intuire rispetto a quello di un singolo individuo, in questo caso l’autore dei misteriosi omicidi. Pérez-Reverte risolve la trama in un fluire dialogico serrato e ritmicamente ben articolato, servendosi con parsimonia delle descrizioni. Il progressivo svelamento degli indizi interesserà gli estimatori dei meccanismi logici, portati alle loro estreme conseguenze. Lo scrittore si diverte a sfidare apertamente il lettore, il quale si trova coinvolto in prima persona. Da questo punto di vista il romanzo è anche un’indagine sul processo della scrittura e sulle dinamiche della fruizione. Gli appassionati del genere troveranno, nel frenetico susseguirsi di queste pagine, un piacevole intrattenimento, mentre coloro i quali cercano di più anche fra le pieghe del giallo e del noir resteranno forse un poco delusi. Reverte, da buon Homo ludens quale è, sembra dire che tutto nel mondo non è altro che gioco e burla. In quest’ottica il romanzo offre un piacevole godimento.