Il libro dello psichiatra e psicoanalista francese Christophe Dejours, uscito nella sua prima edizione nel 1980, tratta delle relazioni fra la salute mentale e il lavoro. La pubblicazione del volume avviene, quindi, proprio a ridosso dell’inizio della fase di destrutturazione della cosiddetta centralità del lavoro, dopo il ciclo di lotte degli anni 1960-1970, quando la soggettività operaia emersa evidenziava chiaramente una ritrosia al compromesso di classe. La scelta di ripubblicare il volume sembra rispondere al riemergere, negli anni recenti, dei temi connessi al lavoro. È necessario specificare fin da subito che, secondo l’autore, il lavoro non è necessariamente patologico. Il volume introduce l’approccio di psicodinamica del lavoro, che si fonda sull’idea che esso sia il momento in cui si sperimenta la propria soggettività contro la resistenza del reale. La psicodinamica del lavoro si distingue così dalla psicoanalisi tradizionale, concentrandosi sui conflitti intersoggettivi e intrasoggettivi nel contesto lavorativo. Secondo Dejours, l’organizzazione del lavoro influisce sulla salute mentale e fisica dei lavoratori attraverso “meccanismi di difesa e repressione pulsionale”. Su questa base, l’autore ritiene che la sofferenza emerga quando il lavoro non soddisfa i bisogni fisiologici e psicologici.
La particolarità del volume di Dejours è l’assunzione di una prospettiva in larga misura individuale, in netto contrasto con le letture che mettono al centro le dinamiche collettive del lavoro. La sofferenza mentale è causata dal conflitto tra desideri individuali e organizzazione del lavoro: lavori ripetitivi e pericolosi generano insoddisfazione e paura, portando a malattie somatiche e psichiche. Uno dei meriti del libro è l’analisi delle strategie difensive che i lavoratori sviluppano per proteggersi dalla sofferenza. Secondo Dejours, gli individui non subiscono passivamente le condizioni di lavoro: elaborano piuttosto forme di adattamento, individuali e collettive, che consentono di rendere tollerabile la pressione organizzativa. Queste strategie possono assumere forme diverse, dalla solidarietà tra colleghi alla costruzione di ideologie professionali che permettono di reinterpretare la fatica e il rischio come elementi di prestigio o di valore morale. Tuttavia, quando tali difese si indeboliscono o vengono distrutte, la sofferenza può trasformarsi in patologia.
In questo senso, uno dei temi centrali del libro è la distruzione della solidarietà nei luoghi di lavoro. Dejours osserva come le nuove forme di organizzazione produttiva – basate sulla competizione individuale, sulla valutazione permanente delle performance e sulla precarizzazione – abbiano progressivamente eroso i legami collettivi tra i lavoratori. La competizione generalizzata, lungi dal migliorare l’efficienza, produce isolamento e diffidenza, rendendo i singoli più vulnerabili alla pressione organizzativa. La perdita di cooperazione diventa così una delle principali cause del deterioramento della salute mentale.
La sofferenza al lavoro assume forme diverse, ma due esperienze fondamentali emergono con particolare chiarezza: la noia e la paura. La prima deriva dalla ripetitività e dalla perdita di significato del lavoro, tipiche dell’organizzazione taylorista e delle sue evoluzioni contemporanee. Quando il lavoro diventa una sequenza di gesti privi di senso, il soggetto sperimenta un sentimento di inutilità e di indegnità che può sfociare nella depressione. La seconda, la paura, nasce invece dall’insicurezza e dalla minaccia permanente che caratterizza molti contesti lavorativi: paura di sbagliare, di essere puniti, di perdere il posto o di compromettere il proprio equilibrio psicologico.
L’alienazione “tecnica” liberale di Dejours.
Pur partendo da una questione cruciale, il volume di Dejours finisce, comunque, per depoliticizzare il lavoro e la sofferenza che ne deriva, operando una sorta di rovesciamento del concetto di alienazione di stampo hegeliano-marxista. Riportando l’analisi dell’alienazione nella cornice dell’organizzazione del lavoro e nella prospettiva dell’individuo lavoratore, Dejours ritiene che i livelli di alienazione possano essere limitati quando la pressione dirigenziale è bassa o aumentare quando essa è alta. Quello che colpisce nell’analisi di Dejours è l’eccessiva contestualizzazione, tanto da perdere il punto focale della critica intrinseca al modo di produzione e al fatto che il lavoro è espressione di quella cornice e non separato da essa.
L’osservazione psichica del lavoro basta?
Il lavoro è sicuramente un elemento essenziale per la costruzione dell’identità individuale e per la salute mentale del soggetto, come teorizzano gli esponenti della disciplina introdotta da Dejours; tuttavia, pur migliorando le questioni legate allo scopo immediato del lavoro, cioè il senso della produzione, alla forma e al contenuto del lavoro, e quindi ai linguaggi artificiali e privi di creatività, e alla dimensione dei rapporti di potere e all’organizzazione del lavoro, la dimensione di malessere può, a nostro avviso, rimanere inalterata o non essere intaccata nella sua essenza. Ciò che, invece, Dejours ci illustra bene, prendendo ad esempio il caso delle centraliniste di una compagnia telefonica, è lo sfruttamento della sofferenza, che diviene lo strumento di produzione stessa del lavoro. Se le esperienze lavorative analizzate da Dejours appartengono a un’altra fase storica del modello produttivo, tuttavia crediamo che riprendere una riflessione sul rapporto fra salute mentale e lavoro sia sempre più cruciale.


