Eduard von Keyserling / Crepuscolo di un mondo

Eduard von Keyserling, La sera sulle case, tr. Giovanni Tateo, L’Orma Editore, pp. 208, euro 18,00 stampa, euro 4,99 epub

Vivono in una situazione di perenne e inutile attesa i personaggi creati da Eduard von Keyserling (1855/1918), quasi fossero tratteggiati dal medesimo pennello che ritrasse le fattezze del loro autore, per la cronaca il pittore Lovis Corinth, in una tela dalla singolare forza simbolica. Un uomo curioso, che il contrasto fra la serietà della posa, la magrezza delle membra e la vaghezza dello sguardo tiene in bilico fra il buffo e il tragico. Un’attesa vana, dicevamo, in quanto l’evento fondamentale che potrebbe dar senso a un’intera esistenza non giunge mai. “Non abbiamo nient’altro da fare che starcene seduti e aspettare che una cosa dopo l’altra venga giù sgretolandosi”, afferma la baronessa Arabella nel romanzo La sera sulle case.

La maestria dello scrittore emerge proprio nel veicolare il senso della disgregazione, del progressivo precipitare di un mondo nel buio profondo. Il suo appartenere alla nobiltà terriera tedesca, confinata nell’estremo nord della Curlandia, definisce i tratti di una scrittura condotta al limitare dell’abisso. Inutile è voler individuare esattamente le coordinate geografiche nelle quali ambienta le proprie storie. Ciò che conta è l’atmosfera claustrofobica, la temporalità indefinita, il presentimento della fine che aleggia nei decrepiti manieri e nelle menti, altrettanto fiaccate, dei personaggi. La musica ha un ruolo fondamentale nel libro. Il Lied Aufenthalt (Sosta), tratto dallo Schwanengesang di Schubert, appare simbolo di un inesausto anelito verso quanto è irraggiungibile. L’evocazione della forza degli elementi sfuma in un inesauribile dolore. I Lieder di Mendelssohn echeggiano nella partitura narrativa, assolvendo al medesimo ruolo.

Perno del libro è il contrasto fra la generazione dei padri, impegnata nel perpetuare ritualità estinte, e quella dei figli, incapace ad affrancarsi da quel mondo vetusto e polveroso, portando a termine la propria ribellione. Le ombre di Puškin, Dostoevskij, Turgenev e Lermontov si aggirano fra queste pagine. L’inquietudine che scuote Dietz von Egloff deriva dal contrasto fra le aspirazioni libertarie e le costrizioni della vita reale. Le sue cavalcate notturne additano una fuga impossibile. L’amore di Fastrade, concepito esclusivamente in termini di compassione, non rappresenta una salvezza praticabile. L’impulsività che lo muove nel gioco lo consegna a inevitabili sconfitte. I debiti contratti lo costringono a recuperare il denaro necessario tramite una deforestazione selvaggia, e qui sembra affacciarsi una tematica di stretta contemporaneità. La natura, simbolo di libertà, viene irrimediabilmente sfigurata.

Il fragile alito impressionista di Keyserling non è immemore della narrativa del danese Jens Peter Jacobsen, maestro nel rendere il vuoto scorrere di una vita in cui ogni appagamento risulta impossibile. Il tempo sfugge irrecuperabile, come quelle infinite fughe di stanze che costituiscono immagine privilegiata in Keyserling. L’apparente ripristino dell’ordine iniziale con il quale si conclude la vicenda è solo illusorio. Verrà il primo conflitto mondiale, a spazzare un mondo già decrepito e stanco.

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