Se dal titolo appare chiaro l’intento dell’autore di porre l’attenzione su una parola cardine come “ordinaria” non lo è affatto il come intende arrivarci. La Porta, infatti, non sigla un semplice saggio, né un banale excursus bensì chiama in causa letture e visioni cinematografiche nonché ascolti musicali dagli albori del pensiero occidentale fino ai giorni nostri. Vengono chiamati in causa il romanzo dell’Ottocento, da Austen a Gončarov a Tolstoj, Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wender e ancora altri.
Un volume composto come una lunga camminata, o una lunga chiacchierata tra sé e sé, o con un amico col quale tirare le somme di una vita. Sì, perché il volume anche un po’ per le sue dimensioni si presta a quel fare tra diario e breviario, da tenere nella tasca del paltò per essere estratto e aperto ogni volta in cui si è presi dallo sconforto del non essere abbastanza performante o abbastanza visibile.
In qualche modo La Porta ci richiama all’eterno fuoco dell’uomo chiamato a essere, a definirsi senza rispecchiamento nel fare. E in una società come quella contemporanea permeata da immagine e da effimera gloria questo è il paradigma opposto per eccellenza, ma ciò non vuol dire che non sia possibile invertire la rotta. Tramite esempi e raffinate citazioni ci viene ricordato come anche testi classici (Guerra e pace per esempio) abbiano saputo ridare dimensioni adeguate a ego smisurati, oppure rendere barlume di luce una piccolissima e banale azione, per quest’ultimo aspetto La Porta cita in supporto la Torah e gli estratti sapienziali del Pirqei Avot.
Non si tratta mai di giudizio, e questo per un libro di saggistica che ha come tema la vita è una grande qualità, e quindi non scade nel retorico, bensì di osservazione. Il lettore è chiamato costantemente a mettere in discussione le affermazioni dell’autore e a confutarle se può per poi tornare a leggere e a discuterne a ripensare a riguardare la realtà che lo circonda. Credo che la sensazione che più permane nel lettore a ogni singolo capitolo, a ogni singolo passaggio sia quella di pace con sé stessi e di grande quiete intellettuale. Non è un caso che tra le tante citazioni ci sia anche una parte de Il preludio di William Wordsworth: «Se mai felicità ha visitato l’uomo, / quel giorno una perfetta felicità fu mia, / distesa, continua, calma, contemplativa».
La Porta ci accompagna quasi mano nella mano a lambire quel lago che è coscienza e consapevolezza del sé che ci rende umani, quasi a far da faro in un mondo che si perde dietro a falsi eroi (coloro che vengono celebrati non per imprese ma per redditività) e nuovi miti (coloro che implementano fatturati senza pensare al bene comune), mai in contrapposizione ma abbracciando le diversità e mettendone in luce gli aspetti che possono essere applicati nella vita quotidiana, quei piccoli precetti che possono elevare ogni gesto. Un po’ come nella filosofia di Estremo Oriente ogni giorno non sarà sprecato se ogni singola azione avrà teso all’essenza di una presenza pura, di un essere reale, fatto di fragilità e domande. Un viaggio attraverso le arti ma soprattutto in sé stessi alla scoperta del passato in noi, del futuro costruibile e del presente che necessita di nuovi occhiali (come Sartre insegna) non per adeguarsi all’omologazione ma per essere motore di quiete e stabilità.


