Franz Bartelt / Nell’antro del rigattire, muffe e amabili truffe

Franz Bartelt, Il femore di Rimbaud, tr. di Alice Laverda e Lamberto Santuccio, Prehistorica Editore, pp. 237, euro 18,00 stampa

Majésu Monroe è rigattiere e non è un uomo qualunque: solitario, ma socievole; taciturno, ma bravo con le parole. Soprattutto, un raffinato collezionista di antichità da cabinet de curiosité: un osso della mano di Napoleone, una provetta (sigillata) della sifilide di Alfred de Musset, un barattolo (sigillato) pieno di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione, il tubo digerente di Pantagruel e un calzino di Arthur Rimbaud, con un buco sull’alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre). Tutte chicche che Majésu rivende nei mercatini di provincia, a cominciare da quello della sua città, Larcheville – anagramma di Charleville, città natale di Rimbaud, nelle Ardenne (nonché teatro delle avventure dei romanzi di Bartelt).

Un sabato pomeriggio, un’avventrice si ferma alla bancarella dell’antiquario, sedotta dall’anello appartenuto alla sorella (minore) di Rasputin: è Noème Parker, figlia di padre ricchissimo e madre depressa. Idealista e sognatrice, Noème ha deciso di rompere ogni rapporto con il suo mondo di origine e vive un’esistenza votata alla distruzione dell’opulenta classe dirigente. Quando Majésu le rivela di essere l’assassino del facoltoso Dourdine, Noème soccombe al facondo charme dell’antiquario e tra i due nasce un idillio cementato dall’alcool e dalla lascivia, ben presto suggellato dal matrimonio. Come regalo di nozze, Noème esige dallo sposo la testa dei genitori. Il banchetto nuziale ha la sontuosità della scena finale di Viridiana: un’orgia di poveracci, e la sublime scrittura di Bartelt (egregiamente tradotta dal tandem Laverda-Santuccio) suona come il Messia di Haendel nella pellicola di Buñuel. Majésu tuttavia nicchia, si lascia adottare dal suocero e sente di innalzarsi non solo spiritualmente verso la materna figura della suocera. In breve, omette di accopparli e si intasca i centomila dollari che i Parker desiderano offrire agli sposi – omettendo anche di dirlo a Noème, che comincia a dubitare della supposta ferocia anticapitalista del coniuge. Il giorno dopo giunge la notizia della morte dei genitori, tra le vittime di un attentato all’aeroporto di Madrid. Noème si trasforma: vuole divorziare, scopre che mancano dei soldi dal conto del padre, cerca i centomila dollari e cerca soprattutto di incastrare Majésu. Entra in scena l’ispettore Bradouate e i colpi di teatro si susseguono fino all’ultima pagina.

Come sempre con Franz Bartelt, si riesce a ridere non tanto delle ma nelle tragedie umane: avidità, ricatti, criminalità organizzata, bassezze di tutti i tipi. Richiudendo il libro ci si accorge di tenere in mano la più preziosa delle reliquie: che cos’è, infatti, questo Femore di Rimbaud? Certo un’allusione all’amputazione che il poeta subì alcuni mesi prima di morire, realizzata dal dottor Edouard Pluyette (ricordate questo nome quando leggerete il libro). Ma è anche ciò che resta dopo aver spolpato la prosa crassa e cesellata di Bartelt: l’osso della letteratura, che porta in sé testimonianza della corruzione di una società malata, in cui le parole sono sprecate per dar valore a oggetti spregevoli (come ricorda Majésu, “sono le parole a dar valore agli oggetti”). Non è inutile, dunque, ricordare che l’intera storia è portata dalla voce fanfarona di Majésu, sotto forma di testimonianza (“Lascio una testimonianza. L’essenziale. Nessun peso superfluo”). Vien da chiedersi, allora: da quale tribunale verrà raccolta la testimonianza di un imputato così inattendibile? Al giudizio del lettore l’ardua sentenza.