Einaudi torna a pubblicare lo studio di Jameson sul Postmoderno, nella traduzione di Massimiliano Manganelli dell’edizione Fazi (2007) e con la prefazione di Daniele Giglioli aggiornata all’epoca presente che – venti anni, un Internet e una Grande Recessione più tardi, e dopo anche la recente scomparsa del critico americano – della morte del Postmoderno ha dato da tempo notizia per nulla prematura. Il testo, al tempo stesso seminale e monumentale, vide la luce all’inizio del ’91 per i tipi della Duke University Press di Durham (NC) dove Jameson insegnò per quattro decenni letteratura comparata alla testa dell’Istituto di Critical Theory. Il nucleo di apertura del saggio, equivalente al primo capitolo (La logica culturale del tardo capitalismo), era già stato pubblicato alla metà degli anni ’80, a partire dall’estratto di una conferenza.
Una premessa. Chi si accinge oggi a questa lettura impegnativa ma sostanziale, con un salto vertiginoso all’indietro dall’età di Anthropic a quella di MTV, dovrebbe evitare di confondere due cose indicate spesso con lo stesso nome. Tali si presentano il “Postmoderno” come tendenza, che a partire dal “populismo architettonico” dei primi anni ’70, ha investito filosofia, arte, cinema, letteratura, ecc., per diventare, fino all’altro ieri, il paradigma del gusto e del pensiero e, d’altro canto, il Postmoderno come scansione di un’epoca storicamente determinata e suggellata da quel “tardo capitalismo” che Jameson richiama già nel titolo.
Chi scrive ha cominciato a sentir parlare di Postmoderno attorno al 1980, il suo primo ricordo di ventenne si lega a quello di Marion D’Amburgo nello spettacolo teatrale Crollo Nervoso dei Magazzini Criminali (ex Carrozzone), alla musica di Brian Eno e alle scenografie di Alessandro Mendini, alle luci al neon di un’astronave spazio temporale che si spostava tra Saigon, Mogadiscio e l’aeroporto di Los Angeles. Decine di anni dopo, avrebbe appiccicato il termine “postmoderno”, forse per l’ultima volta, a Scream (1996-2026), il franchise cinematografico che ha dato vita a un interminabile pastiche meta-horror con i cliché del genere slasher. Ecco, è bene mettere da parte esempi come questi, più o meno azzeccati, e allargare invece la prospettiva storica se si vuole entrare nel Jameson-pensiero.
Per il critico americano ciò che veramente conta è infatti la periodizzazione. Il Postmodernismo è fondamentalmente il paradigma culturale dominante nella terza fase del capitalismo indicata dall’economista Ernest Mandel, anch’egli marxista: il capitalismo è “tardo” perché ultimo in ordine di tempo ma non per questo in via di dissolvimento. Da questa angolazione, si fa riferimento alla fase iniziata con l’invenzione della televisione e dell’atomica negli anni ’40 del secolo scorso, che ha fatto seguito a quella della modernità – l’età dell’utopia industriale, dell’elettricità e delle avanguardie – a sua volta sopravvenuta alla fase “mercantile” – quella del vapore e della fotografia, caratterizzata culturalmente dalla rappresentazione del realismo. Un limite di questa ripartizione è che sicuramente porta a sottostimare l’impatto della cibernetica e della trasformazione digitale, di cui nel libro cogliamo alla fine solo rari accenni: è una lacuna che suona oggi probabilmente incomprensibile ma che aiuta anche a connotare lo scarto di una riflessione nata a partire da tutt’altre urgenze politiche e culturali.
Per Jameson se la Modernità è un’epoca storicamente conclusa, questa nuova condizione andrà infatti affrontata dialetticamente, senza fiduciose esaltazioni o impropri cedimenti, ma nemmeno le anacronistiche resistenze moderniste con cui il Postmoderno al suo tempo fu per lo più accolto “a sinistra”. Con un poderoso sforzo di analisi e un’impressionante profusione di materiali – dall’architettura di Venturi e Portman al cinema di Lynch e Demme, dalla pittura di Warhol alla fantascienza di Philip Dick – Jameson si sforza di fornire una prospettiva che la visione di Francois Lyotard – la fine della modernità come la “fine delle grandi narrazioni”, socialismo compreso – sembrava negare. Al momento in cui il saggio viene pubblicato, poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica, del resto i requiem elevati alla “fine della storia” si sprecano nel milieu liberale e uno degli obiettivi del critico americano è anche quello di evitare la saldatura tra il piano della speculazione ideologica e il Postmoderno come dimensione epocale.
Un cardine dell’analisi di Jameson resta infatti il modo in cui il postmodernismo abita il tempo e conosce il passato, ovvero come metafora e come magazzino di immagini stereotipate, già predisposte al consumo dei contemporaneai. Seguendo Lacan, il soggetto postmoderno ha perso la capacità di collegare passato e futuro, vivendo la materialità del presente attraverso una serie attimi singolarmente slegati. In una cultura dominata dalla superficie del simulacro e dal nuovo primato dell’immagine (Baudrillard), Jameson coglie comunque il nucleo di una radicale trasformazione: «Nella tendenziale identificazione della merce con la sua immagine (con il marchio o il logo), si compie certamente un’altra più intima simbiosi, tra il mercato e i media» (pp. 349). Tra le sue conseguenze, quella di aver completamente ridisegnato pesi e rapporti tra la “sfera pubblica” e la vecchia “sfera della cultura” ora praticamente scomparsa : «Oggi la cultura ha un tale impatto sulla realtà al punto che rende problematica qualsiasi forma indipendente. E alla fine i teorici uniscono la loro voce alla doxa secondo cui il “referente” non esiste più» (pp. 351).
Il compito politico che il postmodernismo assegna alla teoria è, secondo Jameson, quindi quello di ricostruire una mappa della totalità perduta che conosciamo soltanto attraverso i suoi frantumi. Una “mappatura cognitiva”, riprendendo un concetto dell’urbanista Kevin Lynch qui esteso al di là del contesto originale, che faccia le veci della vecchia “coscienza di classe” e che permetta al soggetto di tornare a rappresentarsi dentro alla totalità sociale e globale del capitale.


