Il libro di Giacomo Pacini, basato su fonti d’archivio già note e su materiali recentemente resi più accessibili, prende avvio da un documento del 17 dicembre 1972, inviato dall’ambasciata italiana a Beirut dal colonnello Stefano Giovannone, capo del centro SID, sede operativa all’estero del Servizio Informazioni Difesa incaricata di raccogliere informazioni e mantenere contatti diretti in un’area strategica come il Libano. Quel testo registra l’esistenza di contatti riservati fra lo Stato italiano e organizzazioni palestinesi legate all’OLP (Organizzazione Liberazione Palestina). Da qui prende forma quello che verrà chiamato “lodo Moro”: un accordo informale che consente ai militanti palestinesi di transitare e operare logisticamente in Italia, in cambio dell’impegno a non colpire obiettivi italiani, nel quadro di una politica favorevole all’interlocuzione con l’OLP sul piano internazionale. Le condizioni che rendono possibile questo assetto si definiscono tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta. Il terrorismo palestinese, inserito in una strategia di lotta asimmetrica propria di un soggetto privo di Stato, si espande in Europa e l’Italia diventa un nodo di passaggio. In questo contesto Giovannone costruisce relazioni dirette con i dirigenti dell’OLP e assume il ruolo di principale intermediario operativo in una zona grigia in cui iniziativa personale e indirizzo politico tendono a sovrapporsi. Il sistema si fonda su canali informali e su una diplomazia di fatto.
Un episodio del 1972 – l’arresto di militanti palestinesi con esplosivi – contribuisce ad accelerare questo processo. Le pressioni che seguono portano all’apertura di una trattativa e, tra il 1972 e il 1973, alla definizione dello scambio: libertà di movimento e gestione favorevole dei casi giudiziari in cambio dell’assenza di attentati in Italia. Il patto coinvolge anche interlocutori libici e si inserisce nella politica mediterranea promossa da Aldo Moro e poi proseguita, con modalità diverse, dai successivi governi a guida democristiana o socialista.
Negli anni seguenti il lodo funziona come strumento di contenimento. La strage di Fiumicino del 1973 ne mostra i limiti, legati alla presenza di gruppi esterni agli accordi. La crisi energetica e la guerra del Kippur rafforzano i rapporti con i paesi arabi. L’Italia resta saldamente dentro l’alleanza occidentale, ma esercita margini di iniziativa nel Mediterraneo più ampi di quanto spesso si ritenga. L’accordo viene esteso anche ad altre organizzazioni palestinesi e si accompagna a pratiche analoghe, come il cosiddetto “lodo armeno”. In questo quadro Yasser Arafat e la dirigenza dell’OLP si muovono come rappresentanti di un progetto di liberazione nazionale, cercando di collocarsi sullo stesso piano degli Stati con cui negoziano. Nel contesto della guerra fredda, con interlocutori riconoscibili e interessi definiti, la negoziazione diventa praticabile e il lodo si configura come uno strumento di gestione del rischio più che come un gesto di solidarietà ideologica. Alla fine degli anni Settanta questo equilibrio si incrina. Il caso di Ortona del 1979, con il sequestro di missili destinati a gruppi palestinesi, e l’emersione giudiziaria della vicenda segnalano le difficoltà crescenti. La frammentazione del fronte palestinese e l’emergere di gruppi come Abu Nidal riducono la possibilità di controllare gli interlocutori. Nel corso degli anni Ottanta il sistema perde efficacia e si esaurisce insieme al contesto che lo aveva reso possibile.
Il libro chiarisce che il rapporto è esclusivo tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi, il Partito Comunista Italiano non ha un ruolo nel lodo e non emergono legami significativi con le formazioni antagoniste e armate italiane. Non emergono rapporti strutturati né convergenze politiche con le Brigate Rosse. Durante il suo sequestro, Aldo Moro richiama nelle sue lettere l’esistenza dei contatti e degli accordi con le organizzazioni palestinesi non per rivelare connessioni operative, ma per sostenere la possibilità di una trattativa anche nel proprio caso: se lo Stato aveva negoziato per ragioni di sicurezza con attori armati esterni, allora, argomentava, avrebbe potuto ed era legittimo farlo anche per salvare la vita del Presidente della Democrazia Cristiana. La conclusione è nota. Lo Stato ha trattato con interlocutori esterni ma non con chi lo ha sfidato dall’interno. Le organizzazioni palestinesi, da parte loro, erano interessate solo a negoziare con lo Stato italiano.
Negli ultimi anni alcune letture hanno interpretato quella stagione in chiave prettamente solidaristica e ideale e, dopo la strage del 7 ottobre 2023, hanno richiamato retrospettivamente anche Giulio Andreotti, tirando in ballo il suo intervento al parlamento del 2006 sui profughi palestinesi in Libano con la celebre frase: “se fossi nato in un campo di concentramento, sarei anch’io un terrorista”. Andreotti concludeva però il suo intervento in modo cinico suggerendo l’ipotesi di trovare un luogo x dove spostare detti profughi. Di fatto una deportazione, come piacerebbe all’attuale governo di Israele.
Dentro questo scenario si colloca anche la posizione italiana nel sistema occidentale. L’Italia resta alleata degli Stati Uniti, ma sviluppa una propria linea mediterranea. È la stessa logica che riemerge negli anni Ottanta con Bettino Craxi e la vicenda di Sigonella, nel rapporto con una Libia guidata da Gheddafi, interlocutore più instabile e difficile rispetto all’OLP, in un contesto in cui i nazionalismi laici vengono progressivamente sostituiti da radicalismi di altra natura. Nel libro niente collega il lodo Moro alla strage di Bologna (come è stato invece ipotizzato in altri saggi), niente a Ustica.
Al di là delle differenze storiche, sembra legittimo pensare che resti una continuità di metodo nella gestione dei dossier sensibili. Il caso di Osama Njeem (Almasri), cittadino libico accusato di gravi violazioni dei diritti umani e arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale, poi rimpatriato in Libia invece di essere consegnato alla giustizia internazionale, può essere letto come il segnale di una continuità nelle modalità operative…


