Haska Shyyan / Il diritto di non odiare

Haska Shyyan, Alle sue spalle, tr. di Alessandro Achilli, Nuova Editrice Berti, pp. 360, euro 18,00 stampa

A

quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina – che nel 2022 ha trasformato in guerra totale un conflitto iniziato già nel 2014 – è difficile, forse impossibile, leggere un romanzo ucraino, e naturalmente russo, come se la guerra non esistesse. Il lettore, quale che sia la sua posizione sul conflitto, si aspetta che il testo perlomeno vi alluda e, meglio, che prenda apertamente posizione. Non gli basta che la guerra faccia da sfondo: vuole che venga chiamata per nome, interpretata, giudicata. Cerchiamo coordinate, un orientamento morale e politico che confermi ciò che già pensiamo. Vogliamo capire dove si colloca il libro: se aderisce a una narrazione patriottica, se la incrina, se la mette in discussione. E quando questa collocazione non coincide con i nostri presupposti, la reazione è spesso sbrigativa: il romanzo diventa “debole”, “ambiguo”, “non interessante”. Anche accostandosi a Alle sue spalle di Haska Shyyan (pubblicato qualche mese fa da Nuova Editrice Berti) si entra dentro questa attesa, e dentro questa trappola.

Il romanzo, però, con una libertà rara e una lucidità che non chiede permesso a nessuno, spiazza e talvolta irrita proprio perché rifiuta di offrire la posizione attesa: ambientato nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa e nel Donbass si combatteva una guerra a bassa intensità, mette in scena un conflitto presente e concreto ma non ancora totalizzante come dopo il 24 febbraio 2022. Ci si può chiedere se questa libertà – dell’autrice e della sua protagonista – sia resa possibile dal fatto di abitare a Lviv (Leopoli), lontano dalla linea del fronte, e dal fatto che l’invasione su larga scala non sia ancora arrivata; non lo sappiamo. I romanzi non si scrivono con i “se” e con i “poi”, e questo attraversa con sorprendente brillantezza la frattura rappresentata dall’invasione russa. La qualità della scrittura regge lo strappo e il travaglio interiore, le scelte delle donne e degli uomini ucraini che vi sono raccontati restano gli stessi, seppur sottoposti a una drammatica accelerazione, a un salto di grado.

La trama è lineare. Marta ha ventotto anni, vive a Lviv, lavora nel settore IT in un ruolo ben retribuito, appartiene a una generazione urbana che ha conosciuto opportunità precluse ai genitori. Sua madre è emigrata in Italia per lavorare come assistente familiare; Marta invece si muove con sicurezza in un mondo di consumi e mobilità internazionale. Appartiene a quella generazione di giovani donne ucraine cresciute senza madri, sostituite da rimesse, telefonate e ritorni intermittenti, figlie di una migrazione economica che ha svuotato le case prima ancora che la guerra svuotasse le città. Ora molte di loro si ritrovano anche senza compagni, partiti per il fronte. Questa doppia assenza – prima materna, poi maschile – attraversa il romanzo come un sottofondo strutturale, insieme al tema delle disuguaglianze di condizioni di vita e di status fra etnie diverse e fra i profughi interni.

L’equilibrio si spezza fin dalla prima pagina: il compagno, che non è particolarmente macho, decide di arruolarsi volontario e partire per il Donbass. La narrazione comincia lì, ma non segue il fronte. Segue ciò che accade “alle sue spalle”: la prospettiva di chi resta. Lei, innanzitutto, che non trova una risposta al perché gli uomini – e prima di tutti il suo compagno – partano, e soprattutto al perché una scelta così radicale non debba essere discussa né condivisa. Poi ci sono le amiche, le altre compagne, le vedove, le volontarie. Una rete femminile che si organizza attorno all’assenza dei mariti e dei compagni, tra solidarietà e rivalità, silenzi e confessioni; una rete che Marta guarda con sospetto e in cui cerca di non farsi risucchiare. Marta si rifiuta assolutamente a qualsiasi ruolo predeterminato.

Chi si aspetta un romanzo sulla resistenza, le ragioni di una o dell’altra parte o, peggio, sull’eroismo resta disorientato. La guerra agisce come pressione costante, un elefante nella stanza, non come oggetto di celebrazione. Marta racconta il quotidiano deformato dal conflitto, ma evita di trasformare l’esperienza in un discorso ideologico. Per molte pagine non offre appigli rassicuranti. Non c’è il paragrafo che consente di collocare il libro in una griglia precostituita già pronta.

Una delle scene più toccanti e sorprendenti è la gelosia feroce di una giovane vedova per il marito morto dopo aver portato in salvo una giovane profuga. La odia, e corre continuamente a controllare cosa fa su Facebook. È gelosa non perché il marito l’abbia tradita con quella ragazza, ma perché l’ha salvata.

Ci sono dettagli che pesano più delle dichiarazioni: il cappotto del marito morto lasciato sul letto come se da un momento all’altro dovesse ricomparire; le seconde famiglie scoperte dopo la morte; le pensioni di guerra assegnate alla moglie ufficiale e che cancellano le relazioni irregolari. La guerra ridefinisce i legami, istituisce gerarchie affettive, produce una burocrazia del dolore.

Parallelamente si compone un ritratto di Lviv come città satura e contraddittoria: nazionalismo a tratti caricaturale, la figura di Bandera che salta fuori anche nelle situazioni più impensate, retorica patriottica, corruzione diffusa, tensioni linguistiche con profughi dal Donbass e dalla Crimea che non capiscono una parola di ucraino, aspirazione europea. Il plurilinguismo non è un semplice sfondo ma un campo di frizione: nel romanzo compaiono paragrafi esplicitamente segnalati scritti in russo o in russo traslitterato con grafia ucraina, a rendere visibile la stratificazione linguistica e politica che attraversa il paese. La scrittura restituisce questo ambiente con una lingua rutilante, per accumulo, ricca di osservazioni minuziose e brulicanti che non ti da tregua, resa in modo superlativo dal traduttore Alessandro Achilli.

Centrale è il rapporto della protagonista con il proprio corpo. In un contesto che tende a investire i corpi – soprattutto quelli femminili – di funzioni simboliche come sacrificio, purezza, fedeltà, Marta mantiene una libertà che non chiede giustificazioni. Relazioni con uomini e con donne, masturbazione raccontata senza compiacimento né colpa. Il corpo non viene subordinato alla causa, né congelato in nome dell’attesa, né sublimato; anzi a un certo punto – proprio attraverso l’orgasmo – Marta dice di percepire l’immortalità. Il corpo umano è il manifesto della nostra esistenza in questo mondo, senza il corpo semplicemente siamo morti. In una città conservatrice come Lviv e in tempo di guerra, questa normalità del desiderio produce uno scarto potente, che graffia anche un paese bacchettone e pieno di pregiudizi sulle donne dell’Est come il nostro.

Il romanzo si apre anche verso l’esterno, nel viaggio di svago a Parigi con ragazzini tatari profughi di Crimea. L’Europa appare insieme accogliente e classificante. Si avverte una graduatoria implicita dell’empatia, una distinzione silenziosa tra chi è percepito come pienamente europeo e chi resta periferia. Anche qui non troviamo proclami, ma scene che interrogano lo sguardo occidentale.

Dopo una serie di scelte ed eventi, nelle pagine conclusive, Marta conclude di essere attraversata da un senso di colpa informe, senza oggetto preciso, che si insinua ogni volta che prova a concedersi qualcosa di semplice: ascoltare musica, guardare una commedia, indossare un vestito nuovo, mangiare una pesca con le mani ancora profumate di manicure. Il diritto a non odiare è difficile da perseguire nei luoghi attraversati dalla guerra in cui si è casualmente nati e “il passato saprà sempre dove venire a cercarti”.

Pubblicato in Ucraina nel 2019, il romanzo ha vinto l’European Union Prize for Literature ed è stato tradotto in numerose lingue, diventando uno dei testi più discussi della narrativa ucraina recente. In patria ha suscitato dibattiti e controversie proprio per la scelta di sottrarre la guerra alla retorica eroica e di metterne in scena le ambivalenze intime, soprattutto dal punto di vista femminile. Leggendo il romanzo se ne comprendono facilmente le ragioni.

Dopo l’invasione del 2022 Haska Shyyan vive a Kyiv e ha preso posizione pubblicamente nel dibattito culturale ucraino, sottoscrivendo appelli di autori contrari alla normalizzazione di incontri con scrittori russi finché la guerra è in corso. La sua traiettoria pubblica rende ancora più interessante la distanza tra l’impegno civile e la libertà narrativa che questo libro difende con ostinazione.