Heimito von Doderer / Il Danubio e la ricerca della realtà

Heimito von Doderer, Le cascate di Slunj, tr. di Ginevra Quadrio Curzio, cura di Vito Punzi, Medhelan, pp. 421, euro 25,00 stampa

Scriveva Claudio Magris in un saggio di molti anni fa (Al di là della lingua. L’opera di Hermann Broch, 1993) che gli scrittori austriaci del Novecento più facilmente assimilabili dall’editoria italiana si distinguono in due categorie: i “nostalgici”, che vagheggiano il mondo di ieri delineando un’immagine trasfigurata della scomparsa monarchia asburgica con i suoi principii di ordine e sicurezza, e i “profeti della crisi”, per i quali la vecchia Austria era il laboratorio del disfacimento dei valori e del nichilismo moderni. A queste categorie si potrebbe aggiungere un terzo gruppo di autori mitteleuropei che hanno ottenuto in Italia una certa risonanza, ovvero gli adelphiani Alfred Kubin, Leo Perutz e Alexander Lernet-Holenia che evocano nei loro racconti atmosfere fantastiche, misteriose e vagamente occulte. A nessuna di queste categorie si lascia ascrivere l’opera sui generis del viennese Heimito von Doderer (1896-1966), giunto al successo negli anni Cinquanta e i cui romanzi sono assenti ormai da decenni dal mercato editoriale italiano, ovvero da quando l’editore milanese SE ne pubblicò una breve antologia di racconti (Divertimenti e variazioni, 1999). Di Doderer furono tradotti in italiano a suo tempo i romanzi ‘viennesi’, tutti editi da Einaudi (Le finestre illuminate, 1961; La scalinata, 1965; I demoni, 1979), nonché L’occasione di uccidere, un originale “giallo metafisico” pubblicato da Garzanti nel 1983 nella traduzione di Aldo Busi.

Non si può dunque che salutare positivamente l’iniziativa dell’editore Medhelan di presentare al lettore italiano un tardo capolavoro dello scrittore, ovvero Die Wasserfälle von Slunj (1963), magistralmente tradotto da Ginevra Quadrio Curzio, che rende con precisione, disinvoltura ed eleganza la raffinatissima prosa di Doderer. Il romanzo, a cui l’autore lavorò dal 1958 al 1960, costituiva negli intenti di Doderer la prima parte di un più ampio Romanzo Nr. 7, così denominato in onore della Settima sinfonia beethoveniana e che in analogia ai quattro movimenti della sinfonia classica avrebbe dovuto comporsi di quattro sezioni. Le cascate di Slunj è l’unica parte compiuta della vagheggiata tetralogia: negli ultimi giorni di vita l’autore stava ancora lavorando alla seconda parte, Der Grenzwald (Il bosco di confine), il cui manoscritto incompiuto fu ricomposto dal curatore e pubblicato postumo (1967).

Le ramificate vicende narrate ne Le cascate di Slunj sono ambientate prevalentemente a Vienna, ma con significativi excursus nei territori sovranazionali della Monarchia (le cascate del titolo si trovano in Croazia), coinvolgono diversi strati sociali e si dipanano su di un ampio arco temporale che va dal 1877 – l’anno del matrimonio di Robert Clayton, rampollo di una famiglia di industriali inglesi, con la canadese Harriet e relativo viaggio di nozze culminante, appunto, presso le cascate di Slunj, dove viene concepito il figlio Donald – sino al 1911, quando le vicende dei Clayton – che avevano stabilito nei decenni precedenti una filiale commerciale a Vienna – si concludono con un evento luttuoso proprio presso le cascate di Slunj. Serpeggia nel romanzo, e in tutta l’opera narrativa di Doderer, un oscuro fatalismo, mentre tra i numerosi personaggi, abilmente manovrati dal narratore, si instaura una rete di sottili influssi reciproci (esplicito è l’influsso corroborante degli “inglesi” sul ginnasiale Zdenko e sugli amici del “Club Metternich”; il ritratto di Monica Bachler bambina esercita un misterioso fascino su Chwostik; Chwostik stesso contribuisce alla “rinascita” spirituale di Münsterer e così via). È quello che Doderer in un appunto di diario chiamava il “tessuto fatologico” che ordina le vicende dei personaggi, orchestrate lungo diversi filoni narrativi pronti a ricongiungersi dopo ampie spirali. Attento alla vita intima dei suoi personaggi e ai loro mutamenti psicologici, Doderer intesse sapienti metafore spaziali per alludere ai nuovi “sentieri” e ai “territori inesplorati” che si dispiegano dinanzi a essi.

Ambizione di Doderer è quella di descrivere la vita nel suo inappariscente fluire, nel suo inanellarsi di eventi apparentemente insignificanti ma riconducibili a una imperscrutabile legge superiore. L’autore raggiunge i suoi vertici stilistici in certe descrizioni naturalistiche – gli stagni e i prati lungo il canale del Danubio, la luce dorata nei boschi autunnali – attimi rarefatti in cui il tempo pare fermarsi e il protagonista, sortito da una condizione letargica, avverte una sensazione di impalpabile felicità e percepisce un’improvvisa epifania. Maestro del dettaglio e della digressione, abile registratore di dati sensitivi – luci, colori, odori – affabulatore ironico, divertito evocatore della Vienna d’antan, qui amabilmente riproposta anche nei suoi ambienti plebei, Doderer non possiede tuttavia la capacità di sintesi del narratore epico né l’ambizione totalizzante dello scrittore sociale. Problematico, in tal senso, è il riferimento al realismo di Theodor Fontane proposto da Giovanni Pacchiano nella sua sobria ma appassionata prefazione: se è ben vero che Doderer si richiama a un realismo di tradizione ottocentesca e rifiuta “le innovazioni del modernismo” (Pacchiano) a favore del narratore onnisciente, sono tuttavia innegabili sia la lontananza dei romanzi di Doderer dal solido impianto di critica storico-sociale che animava i romanzi di un Fontane sia il debito che Doderer contrasse con le acquisizioni della psicologia di inizio Novecento e con la psicanalisi di Freud che ne rendono la scrittura, attenta ai sommovimenti della coscienza, ai traumi inconsci e ai conflitti edipici, così fatalmente distante da quella dei narratori ottocenteschi. In questa commistione di tradizione e modernità, di umanesimo e alienazione, nonché nella innegabile maestria stilistica e nella sapienza costruttiva risiedono i pregi della complessa arte romanzesca di Doderer, per la cui riscoperta il presente volume si rivela un eccellente viatico.