Il margine e il centro. La critica letteraria e lo spazio delle donne

Il margine in cui sono state relegate le donne da spazio di esclusione è stato risignificato come spazio di libertà. Ma non si tratta di stendere un controcanone letterario contrapposto al canone ufficiale, la questione non è aggiungere nomi o tessere all’insieme. Occorre proprio acquisire un’altra prospettiva, andare oltre.

Nel gioco degli scacchi, strategia vuole che si punti a conquistare le caselle centrali della scacchiera da cui dovrebbe essere agevole poi dominare, salvo passi falsi, l’andamento della partita. È questa l’immagine formatasi nella mia mente durante la lettura del pamphlet Lo spazio delle donne, di Daniela Brogi, uscito recentemente per Einaudi (pp. 128, € 12,00). In fondo, sia nel gioco degli scacchi sia nella critica letteraria vuol dire molto il posizionamento e il muovere da una predominanza, spaziale nel caso degli scacchi, intellettuale nel caso degli studi critici che hanno sostenuto fino a poco tempo fa il canone occidentale alla Harold Bloom. Intaccare, analizzare, smontare, decostruire questa centralità è stato uno dei principali obiettivi che si sono poste le studiose femministe fin dagli anni Ottanta in qua:

La quantità delle esperienze che restano escluse dal canone letterario ufficiale è semplicemente sconcertante

scriveva Joanna Russ più di trent’anni fa nel saggio Vietato scrivere, in cui esplicitava e descriveva gli schemi ricorrenti di quella che definiva la repressione della scrittura delle donne. Ora è estremamente stimolante ripescare quel saggio (di recente tradotto dalla Enciclopedia delle donne) mentre si è intent* alla lettura di Brogi perché misuriamo la distanza intercorsa tra le due autrici e con un certo sgomento ci accorgiamo quanto apparentemente in Italia non sia poi cambiato molto come dimostrano del resto Giulia Caminito e Giorgia Tolfo nel dossier sui vincitori (tanti) e vincitrici (pochissime) del premio Strega, e sui meccanismi ancora oggi imperanti nel mondo editoriale.

Sono tante tuttavia le opere di saggistica e di narrativa che, dal margine, si sono adoperate alla decostruzione di quella centralità facendo irrompere nel recinto della letteratura soggettività e autorialità impreviste. Dal margine, che da spazio di esclusione è stato risignificato come spazio di libertà, ed è la lezione di bell hooks che sembra essersi sedimentata nelle righe di Brogi

Le vicende, le opere e le esistenze di metà dell’umanità sono state lasciate ai margini della storia, formando una zona fuori campo che d’altra parte, come accade al cinema, va messa in dialogo e in tensione critica e creativa con il centro dell’inquadratura; non si tratterà dunque di infilare polemicamente delle tessere assenti, né di rappezzare i buchi, o di aggiungere nomi tanto per far numero, ma di cambiare linguaggio e prospettiva, di formare un nuovo mosaico.

Tensione critica dunque tra margine e centro è quella messa in campo da Brogi che utilizzando a piene mani un linguaggio traslato dalle arti visuali, di cui peraltro molto si è occupa, opera più che un cambio di prospettiva un vero e proprio capovolgimento.
E trovo particolarmente intrigante che per fare ciò Brogi scelga di articolare il suo discorso attorno alla questione dello spazio, storicamente rilevante perché molta storiografia e critica letteraria si è mossa a ragionare della suddivisione patriarcale che soleva relegare le donne entro lo spazio domestico. Luogo su cui molte scrittrici hanno esercitato la loro penna acuminata e basti pensare all’angelo del focolare che impedisce la scrittura a Virginia Woolf e che per questo finisce strangolato; o a Paola Masino con la sua Nascita e morte della massaia (Feltrinelli). E mentre le donne venivano relegate negli spazi privati, erano escluse al tempo stesso dallo spazio pubblico, come se le questioni politiche non potessero riguardarle se non attraverso le figure maschili che avevano accanto e colpevolizzandole poi per lo stesso motivo, come rileva abilmente Daniela Brogi quando sottolinea l’uso ideologico dell’extraletterarietà applicato alle tematiche delle scrittrici

Qui le logiche di genere hanno lavorato con piú violenza, affermando canoni e valori di letterarietà – e di extraletterarietà – organici al contratto sociale patriarcale, perché alla violenza di primo grado – equivalente allo svuotamento e alla svalutazione della possibilità che le donne potessero occupare, da soggetti, uno spazio pubblico (non domestico) – si è aggiunta una violenza di secondo grado, corrispondente alla svalutazione ulteriore della narrativa riguardante gli spazi marginali a quel punto occupati e rappresentati dalle donne. E cosí parlare di spazi domestici, di memorie famigliari, del mondo della madre, dell’autobiografia, di storie d’amore, o del corpo è stata a lungo una scrittura creduta inferiore, se praticata dalle autrici (…).

Dunque di spazio delle donne parliamo e della storia della loro difficoltosa fuoriuscita dall’ombra. Per tessere questa requisitoria però Brogi non adotta toni lamentosi o rivendicativi, semplicemente e autorevolmente traccia la sua mappa, il suo quadro che comprende ciò che solitamente viene tenuto fuori dalla rappresentazione ossia le condizioni in cui una determinata opera è stata scritta.
È importante, infatti, nel leggere un romanzo o un racconto tenere presente le condizioni di vita pubblica e privata che hanno ostacolato o favorito la creatività individuale perché, per quel che riguarda le scrittrici, solo negli ultimi decenni le donne hanno potuto accedere all’istruzione superiore, e quindi il loro bagaglio culturale dipendeva interamente dalla famiglia; oppure solo dal 1946 in Italia le donne hanno potuto votare il che significa che Elsa Morante ha potuto votare solo ai 34 anni di età, e Natalia Ginzburg solo a 30; o anche disporre liberamente del proprio patrimonio e dei propri guadagni. Ragion per cui per affrontare con equità le scrittrici del passato – e fortunatamente negli ultimi anni sono molte le operazioni editoriali volte al loro recupero – occorre adottare uno sguardo prospettico disambientato, per vedere bene che cosa è successo fuori l’inquadratura che ci viene presentata, adottare il “fuori campo attivo”, perché il nostro sguardo non sia influenzato da informazioni parziali e discriminanti. E anche le trame ne guadagnano in profondità.
Anche l’accusa di volere a torto isolare la scrittura delle donne in un essenzialismo (ghetto o empireo non importa giacché la funzione è la stessa) fermo agli anni Settanta (qualcun* ricorda Parole de femme di Annie Leclerc e tutto il dibattito relativo?) è, con tratto sicuro, rispedito al mittente da Brogi:

Non stiamo assumendo, tuttavia, una polarità tra maschile e femminile come una condizione, quasi un’essenza inaggirabile, perché questo tipo di dualismo radicale è stato praticato, piuttosto, dalle rassegne e antologie fatte interamente da autori; né usiamo il genere come prospettiva unica di attenzione alle forme dei testi, perché il monologismo semmai è un habitus del discorso patriarcale; né stiamo parlando soltanto di ridurre la letteratura, per esempio, a una raccolta di temi o alla storia della cultura (parole nobili e complesse, ma di solito impoverite da chi le riduca a banale contenutismo). Al contrario, le cose di cui si tratta qui sono proprio le forme.

Se parliamo di storia della cultura e di trasmissione del sapere come non sottolineare lo stato pietoso dello spazio lasciato alle donne e alle scrittrici dalla scuola italiana, che pur dovendo alle donne la forza lavoro più presente (le “professoresse”) resta, dall’asilo all’università, così ingenerosa verso di loro se guardiamo agli stipendi, alla considerazione sociale e soprattutto gli orientamenti dei ministeri preposti all’istruzione.

Su questo piano, ecco che il laboratorio sociale dove sperimentare e verificare la tenuta di un modello laico di società multiculturale antisessista e democratica è la scuola. Ripensando ai programmi scolastici, o al modo in cui il discorso pubblico tratta i corpi e i discorsi delle donne, che cosa impareranno le nuove generazioni se non si confrontano mai con un discorso autorevole proveniente anche da autrici? .

È sempre Brogi a sottolinearlo e la sua domanda su che cosa impareranno le nuove generazioni resta più che legittima dal momento che la serie di iniziative di aggiornamento varate dalle varie associazioni di storiche e letterate non sono arrivate a intaccare più di tanto i programmi ministeriali e solo raramente si affacciano testi come il recente Controcanone. La letteratura delle donne dalle origini a oggi, di Johnny Bertoli (Loescher).
Tuttavia non si tratta di stendere un controcanone contrapposto al canone ufficiale, e Brogi lo dice bene che la questione non è aggiungere nomi o tessere all’insieme. Occorre proprio acquisire un’altra prospettiva, andare oltre. Da alcuni anni il concetto di oltrecanone viene indagato dalle studiose della Società Italiana delle letterate[1]: “Un canone pensato come sistema coniugativo (dunque non selettivo né agonistico) e accogliente (non, perciò, elitario o discriminante) come precisa l’italianista Monica Farnetti in SIL/labario, (Iacobelli editore). Un oltrecanone per il quale il fuoricampo attivo come definito da Brogi, si rivela strumento duttile da affiancare a quelli della critica letteraria femminista stabilendo un nuovo spazio dove scrittrici e scrittori – e lettrici e lettori soprattutto – possano individuare nuove forme di interesse reciproco.
Perché se è vero che gli uomini leggono poco le scrittrici e anzi non hanno alcuna remora ad affermarlo tranquillamente, le donne hanno sempre letto e tanto anche e soprattutto gli scrittori e ne è esempio il libro di Sandra Petrignani, Leggere gli uomini (Laterza). Dagli anni Settanta le studiose femministe hanno riletto gli scrittori e le loro opere per decostruire il discorso maschile e per sradicarsi dall’imposizione di quel quadro. Tutte le riscritture femministe di Shakespeare, e di Omero, stanno a testimoniare una lettura profonda, attentissima. E molta saggistica su autori del XIX e XX è firmata da donne. Adesso quindi:

È venuto il tempo, infatti, che anche gli uomini si occupino delle opere delle donne: le leggano, le guardino, le studino, ne scrivano.

Il tono sereno di questa affermazione viene a Brogi dall’aver cambiato la propria prospettiva, dall’essersi posizionata al centro della scacchiera per guardare al mondo letterario non più da una posizione minoritaria. Questo è il cortocircuito che ci regala il suo testo, farci registrare la nuova centralità di cui sono protagoniste scrittrici, lettrici e studiose; il che non comporta un rovesciamento di sorti, ma la realizzazione di uno spazio aperto con soggettività differenti e che si accostano e si relazionano

Lo spazio delle donne è un modo di costruire nuove prospettive, nuovi ponti e forme di reciprocità.

Non dobbiamo fare altro che intendere il pamphlet di Daniela Brogi come invito a proseguire il lavoro comune.

[1] Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni, a cura di Anna Maria Crispino, Iacobelli editore

 

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