Riceviamo e pubblichiamo questa nota di Alessandra Calanchi

Chiedo alla Redazione di pubblicare la mia precisazione, in merito alla recensione  https://www.pulplibri.it/orson-welles-marco-ferreri-ecc-metti-una-sera-al-cinema/

Nel pieno rispetto del diritto d’opinione, spero venga riconosciuto anche quello di replica.

 

Riporto le parole che mi hanno più colpita:

 

…Il testo pubblicato da Cuepress in questo volume sarebbe dunque potenzialmente affascinante: potremmo avere tra le mani un pezzo del puzzle wellesiano. Ma quale pezzo, esattamente? Da quale versione proviene il testo? Quali scelte sono state fatte nella traduzione? Qual è il rapporto tra questo testo e altri materiali esistenti? Senza risposte a queste domande, il volume non fa un buon servizio né al lettore né, soprattutto, a Welles. Un autore che meriterebbe un’edizione critica, o almeno un’introduzione che abbia l’onestà di situare il testo rispetto a presunte varianti tracciandone i tortuosi percorsi narrativi e produttivi…

 

In realtà questa è un’edizione critica (contiene Prefazione, Biblio-sitografia e note al testo). Riporto per chiarimento un breve estratto della Prefazione (che non si chiamerà Introduzione, ma di certo ha “l’onestà di situare il testo rispetto a presunte varianti tracciandone i tortuosi percorsi narrativi e produttivi”) e spiega nei dettagli esattamente ciò che viene chiesto tramite i 4 punti interrogativi. Più di così, si sarebbe dovuto fare una pubblicazione con i due testi a fronte (il francese, l’americano) che sono comunque reperibili per il lettore insoddisfatto o curioso. Per chi invece preferisca una traduzione recente, è disponibile quella (di tutto rispetto) di Robin Edizioni (2014); l’idea di Cue Press era diversa – un lavoro filologico, di recupero dei veri originali, quasi un’indagine nel “movente” della scrittura e nella sua natura interlinguistica e interculturale. Mi amareggia l’incomprensione. Ai lettori la sentenza.

 

(da p. 9) 

…La traduzione qui proposta si basa sulla prima traduzione italiana (dal francese), portando il massimo rispetto sia al traduttore sia allo stile dell’epoca. Si è ritenuto tuttavia necessario intervenire in alcuni punti, determinanti sia per una resa che tenesse conto (anche se in minima misura) della quasi contemporanea versione americana, sia per una più efficace scorrevolezza nella lingua d’arrivo. Tuttavia, ho lasciato il «voi» secondo l’uso del tempo.

Confrontando le due versioni, potrete accorgervi che molte frasi sono completamente diverse, che ci sono aggettivi diversi, che alcune battute sono riportate in un ordine diverso o sono del tutto assenti nell’una o nell’altra versione. Nell’edizione francese, poi, ci sono più riferimenti a luoghi specifici della Costa Azzurra; nella versione americana cognac diventa brandy, cipriota o giordano si generalizza in levantino, e la massoneria diventa alta finanza. Yiddish (nell’edizione francese originale) viene erroneamente tradotto «ebraico» sia nell’edizione americana sia in quella italiana, come se le due lingue fossero la stessa cosa; e kosher, che appare in entrambe le edizioni, sparisce nella traduzione italiana (tavola calda). Certamente a un lettore attento non sfugge una sottotrama che trascende la storia individuale di Arkadin e si innesta sulle vicende dell’Europa tra le due guerre: si parla di colonie, di fascisti, di nazisti, e delle cause per cui un polacco dovrebbe emigrare. L’accenno agli ebrei non è casuale e distinguere fra Jewish e Yiddish, così come fra una «tavola calda» e la cucina kosher, oggi è quantomai opportuno…

 

Nel rispetto di Welles, della Cue Press, e anche dei lettori di Pulp Magazine, ringrazio la Redazione.

 

Alessandra Calanchi

Curatrice del volume

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