Nel 1876, mentre a puntate esce L’Assommoir e Zola porta il naturalismo alle sue estreme conseguenze popolari con Gervaise, un giovane impiegato del ministero, Joris-Karl Huysmans, pubblica Marthe. Histoire d’une fille. È un esordio ancora “sotto tutela”: il modello zoliano è riconoscibile nel progetto di una letteratura che restituisca l’odore del popolo, che fissi la fisiologia del vizio e della miseria ; eppure, tra Baudelaire e Toulouse-Lautrec, l’occhio e la penna di Huysmans indugiano tra le pieghe del modello: si nutrono di un’ossessione per l’interiorità, di cupa misantropia, d’un modo di guardare alle donne che è insieme pietoso e diffidente. All’ombra dell’Assommoir, Huysmans comincia a spostare l’asse del naturalismo dall’osservazione sociale all’autopsia dell’anima.
Piccola operaia, poi ragazza di caffè-concerto, infine prostituta di casa di tolleranza, Marthe attraversa le età della mercificazione del corpo femminile, dal salario in fabbrica al tariffario del bordello. Huysmans la segue con uno sguardo che si vorrebbe clinico ma che continuamente scivola verso il compiaciuto, o almeno verso il morboso: la miseria morale dei maschi che la circondano (l’osceno Ginginet, ma anche Léo, che si vuole colto e poeta), è flagrante, ma non annulla una sotterranea sfiducia nei confronti di lei e della sua capacità di amare, di scegliere, perfino di dire la verità su se stessa.
Attorno a Marthe si muove una piccola fauna maschile che conferma, a ogni pagina, il catalogo dell’ipocrisia virile. Ci sono i clienti che rivestono di sentimentalismo la loro pulsione, gli uomini che si proclamano salvatori e finiscono per sfruttare o abbandonare, gli amanti che pretendono esclusività da una donna che essi stessi hanno condannato alla disponibilità universale. È qui che il legame con Zola è più evidente: come in L’Assommoir, anche in Marthe il maschile è spesso il veicolo attraverso cui la società versa il veleno in corpo al femminile. Ma, a differenza di Zola, Huysmans non non vuole accordare alla sua eroina quella grandezza tragica che redime in parte la degradazione. Marthe resta spesso sul crinale ambiguo tra vittima e colpevole, tra oggetto di compassione e creatura sospetta.
Il cuore del libro è una lunga sezione di introspezione in cui Marthe, quasi in stato ipnotico, ripercorre il tempo passato nel bordello. È qui che il giovane Huysmans aderisce non tanto agli aspetti più codificati del naturalismo documentario, quanto a quella vena di osservazione minuziosa della psiche, di flaubertiana memoria, che, attraversando il naturalismo, esploderà nel romanzo modernista: non l’inchiesta, ma l’allucinazione dello straniamento. Le stanze, i corridoi, l’andirivieni dei clienti diventano altrettante camere della memoria. La casa di tolleranza non è solo un luogo, è una struttura mentale: il tempo vi si ripiega, gli episodi si sovrappongono, i volti degli uomini si confondono in una massa indistinta di desiderio e denaro, mentre le altre donne emergono come fantasmi di possibili destini paralleli.
Della fine di Marthe non ci è dato conoscere dettagli, anche qui c’è uno scarto rispetto alla maniera che Zola usa con Gervaise. Tuttavia è proprio davanti a un corpo morto, all’obitorio (e qui non si può non pensare a certe pagine di Thérèse Raquin) che avviene l’epilogo. Il cadavere è quello di Ginginet, patrono di suburre e protettore di sciagurate. A farne l’autopsia sono due giovani studenti di medicina, che riconoscono nel morto il mentore di Marthe, ex fiamma del loro comune amico Léo. È allora che uno dei due cava di tasca una sua lettera: «Marthe – scrive Léo – è tornata nel bordello in cui abitava una volta; non solo non ho più nessun sentimento, ma nemmeno nessun interesse per lei, la sua vita ormai non cambierà». All’insegna della staticità, dunque, si chiude il cerchio e si ricompone, in absentia, il triangolo composto dalle figure del romanzo. Sul valore di questo triangolo, si rinvia all’interessante Postfazione che accompagna questa bella traduzione di Filippo D’Angelo, a suo agio sia in prosa che in versi.


