19 Gennaio, 2021

La salvezza del lavoro liberato: “La chiave a stella” di Primo Levi

Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, pp. 195, euro 11,00 stampa, euro 6,99 ebook

A spingere Primo Levi a scrivere e poi pubblicare nel 1947 Se questo è un uomo furono l’urgenza di liberarsi del traumatico fardello del suo anno ad Auschwitz e il suo “dovere morale, civile e politico di portare testimonianza”, come lui stesso afferma in “Lo scrittore non scrittore” del 1976, presente in L’asimmetria e la vita (Einaudi, 2016), una raccolta di articoli e saggi di Levi scritti dal 1955 al 1987, pubblicata postuma nel 2002. Potremmo dire che Primo Levi esordisce quindi come “scrittore involontario”, e tale rimane fino al 1978, quando pubblica La chiave a stella.

Questo romanzo infatti segna un punto di svolta: dopo aver abbandonato il mestiere di chimico, decide di dedicarsi completamente alla scrittura, e La chiave a stella è il suo primo romanzo d’invenzione. Levi in un altro testo, “Ex chimico”, (pubblicato in L’Altrui mestiere, Einaudi, 1985) tiene a sottolineare: “Si impone subito una precisazione: scrivere non è propriamente un mestiere, o almeno, a mio parere, non lo dovrebbe essere: è un’attività creativa, e perciò sopporta male gli orari e le scadenze, gli impegni con i clienti e i superiori. Tuttavia scrivere è un “produrre”, anzi una trasformazione: chi scrive trasforma le proprie esperienze in una forma tale da essere accessibile e gradita al “cliente” che leggerà” . Non è un caso che il tema centrale del romanzo sia proprio il lavoro: protagonista è infatti il montatore piemontese Libertino Faussone, detto Tino, una sorta di moderno Ulisse, che racconta al nostro narratore le sue avventure lavorative vissute in giro per il mondo.

Mediante l’incipit in medias res sentiamo immediatamente la voce di Faussone, del quale Levi riesce a rendere con maestria la caratterizzazione. Il talento di Levi consiste proprio in questo: non si perde in descrizioni, la sua scrittura è in grado di mostrare. I contesti che delinea non sono mai futili, sono sempre funzionali alla narrazione: anche quando descrive un paesaggio possiamo cogliere le valenze simboliche che si ricollegano al racconto. Ne è un esempio il ritratto di una famiglia di porcospini inserito subito dopo il racconto che Faussino fa del proprio padre. La voce del narratore si sente appena, noi osserviamo e ascoltiamo con lui, e non attraverso il suo filtro. Sentiamo come Faussone, un esponente della cultura operaia: è un nuovo lessico, quello operaio, che si sostituisce a quello contadino; in una veste piemontese, esprime pensieri semplici ed episodi di vita lavorativa che mostrano come Faussone sia profondamente legato al suo lavoro e fiero della sua competenza. Levi a proposito del linguaggio afferma: “Qui a Torino, in fabbrica, è ormai nato un altro italiano-piemontese, dove nuove espressioni, nuovi vocaboli, nuove metafore hanno sostituito il lessico precedente, figlio di una cultura agricola. Ora, nessuno, mi pare, aveva mai registrato in un libro questo nuovo piemontese, che dalla fabbrica ha ormai contagiato la società circostante. Era una lingua letterariamente vergine” .

Anche in quest’opera quindi Levi adotta uno stile realistico, che riesce efficace grazie alla sua acuta capacità di osservazione. Nella sua modestia Levi attribuisce questa sua destrezza proprio al suo mestiere di chimico, come chiarisce anche all’interno del romanzo, attraverso un’analogia tra la combinazione delle molecole e quella di idee e parole. Del resto, lo aveva già detto in “Ex chimico” che le esperienze di vita sono una materia prima e che “lo scrittore che ne manca scrive a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote”. Ribadendo che “ci sono altri benefici, altri doni che il chimico porge allo scrittore. L’abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevedere le proprietà e il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e di concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose. La chimica è l’arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi non abbia frequentato il laboratorio e la fabbrica conosce solo approssimativamente. Anche il profano sa che cosa vuol dire filtrare, cristallizzare, distillare, ma lo sa di seconda mano: non ne conosce la “passione impressa”, ignora le emozioni che a questi sono legate, non ne ha percepita l’ombra simbolica. Anche solo sul piano delle comparazioni il chimico militante si trova in possesso di una insospettata ricchezza: “nero come…”; “amaro come…”; vischioso, tenace, greve, fetido, fluido, volatile, inerte, infiammabile: sono tutte qualità che il chimico conosce bene, e per ognuna di esse sa scegliere una sostanza che la possiede in misura preminente ed esemplare. […] Per tutti questi motivi, quando un lettore si stupisce del fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere, mi sento autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono un chimico: il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo” (pag. 185).

Attraverso le avventure lavorative di Faussone, spesso divertenti, Levi compone quella che potremmo definire una rivalutazione del lavoro, difendendolo da due retoriche: da quella cinica che lo esalta sull’altare della produzione e da quella che lo disprezza. A questi due atteggiamenti, l’autore contrappone l’ottica del lavoro come fonte di felicità e libertà. Per Levi il tipo di libertà più facilmente raggiungibile e più utile al benessere della società consiste nel svolgere una professione in cui si è competenti e da cui si ricava appagamento. Persino il nome del protagonista, Libertino, rimanda allo stesso concetto, attraverso le parole dello stesso protagonista: il padre voleva chiamarlo Libero, ma il personale del comune, essendo fascista, non ha acconsentito, e dunque ha dovuto ripiegare su “Libertino”, perché per lui essere “libero” significava lavorare senza la tirannia di un padrone. Levi ci fa comprendere come il lavoro sia anche fonte di felicità attraverso le parole di Faussone, che dichiara di intraprendere ogni commissione come se fosse il primo amore e sostiene che nella vita sia importante avere dei sogni e realizzarli. È bene precisare che Levi non parla di una professione qualsiasi, ma si riferisce al lavoro creativo ed indipendente, poiché esso concede il “vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera” .

Un’opera frutto del proprio lavoro, delle proprie capacità e competenze, un’opera adatta allo scopo e che forse sopravviverà al proprio creatore, magari utile a degli sconosciuti, è come una creatura che vede crescere grazie alle sue mani. Ed ecco che il lavoratore-creatore sviluppa un legame con la propria opera: grazie a tutto ciò, egli si sente realizzato, appagato, soddisfatto di aver realizzato qualcosa e quindi “libero”. E’ un legame, quello con l’opera,  che permane anche dopo la creazione: “Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso “forse un altro non ci sarebbe riuscito”.  Per Levi,  che definisce le mani – emblema della capacità produttiva, – più espressive del volto di Faussone, questo lavoro ha anche il potere di conciliare mente e corpo: “Mi avevano richiamato alla mente lontane letture darwiniane, sulla mano artefice che, fabbricando strumenti e curvando la materia, ha tratto dal torpore il cervello umano, e che ancora lo guida stimola e tira come fa il cane col padrone cieco”.

Levi sa ovviamente che il lavoro può anche essere straniante: è quello svolto in fabbrica, dove l’operaio è costretto ad azioni ripetitive e alienanti, disconnesse dal resto della produzione perché riguardano solo una delle tante fasi, e che quindi deruba al lavoratore la soddisfazione del prodotto compiuto, dell’intero atto del creare e del risultato appagante che ne deriva. “È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge”.

Questa avvertenza si riflette nel percorso professionale del protagonista: Faussone prima lavorava in fabbrica come operaio alla Lancia, ma, stanco della monotonia della catena di montaggio, sceglie di specializzarsi come montatore. Del resto, purtroppo, Levi ha ben conosciuto bene il lavoro alienante all’interno di un’istituzione assoluta: il “lavoro” dei campi di concentramento , ideato appositamente per l’annientamento non solo fisico ma anche, e forse soprattutto, psicologico. Il lavoro è importante e da esso non solo dipende il nostro sostentamento materiale. Sempre nel già citato “Ex chimico”, dirà che alla nostra professione ci lega un rapporto complesso e spesso ambivalente, simile a quello che si instaura con il proprio paese, solitamente compreso solo quando si spezza.