La selva

Esce oggi nelle librerie Lejos. Sedici racconti dal Perù, una selezione di giovani scrittori nati fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che in maggioranza risiedono fuori dal Perù.

“Al di là della pluralità, […], il luogo del vivere – sia esso dentro o lontano dalla patria – e l’esperienza di migrazione sono fattori determinanti nella definizione di questa generazione di scrittori” scrive nella sua prefazione la curatrice dell’antologia, Maria Cristina Secci, che sottolinea come ogni esperienza migratoria equivalga a una singolare esperienza  linguistica e di traduzione.

Ringraziamo la casa editrice Gran Vìa per aver concesso la pubblicazione del racconto breve La selva di Santiago Roncagliolo (Lima, 1975) – nome già noto ai lettori italiani – nella traduzione di Alba Manuela Aramu.


La mia ragazza mi ha lasciato sei mesi fa. Era stufa dei miei viaggi continui e della mia indecisione riguardo al matrimonio. Ma che potevo farci? Lavoro come impiegato in un’impresa petrolifera in Perù. Vado dove mi mandano. La mia vita è instabile. Ho cercato di farlo capire a Clara, ma se n’è andata lo stesso.

Dopo l’addio di Clara, l’impresa mi ha offerto un lavoro più sedentario: un posto di connessione con le posizioni selvagge più recondite dell’impresa. Ho accettato. Dovevo vivere nella selva, da solo in una comunità di nativi, ma il lavoro mi avrebbe tenuto lontano dai ricordi di Clara, che erano tutti legati alla città.

Il villaggio ha solo duecento abitanti. Le sue capanne formano una linea di due chilometri, strette tra la riva del rio Ucayali e il muro verde della boscaglia. Io alloggio cento metri più avanti, in un magazzino di metallo prefabbricato, al centro di un’area di dieci ettari arati. È un posto comodo, suppongo. Ho scorte di acqua potabile, una latrina e un generatore di luce elettrica tutto mio. Però mi circonda il paesaggio più strano del mondo. A volte mi sembra di vivere su un altro pianeta. E di notte, nonostante il cielo pieno di stelle, l’oscurità della terra è degna di una tomba.

Alcune notti, il ricordo di Clara mi tormenta. Allora impugno la mia lanterna e cammino fino al bar del villaggio. Tra una birra e l’altra – o un chuchuwasi, l’acquavite locale –, quelli del posto si divertono a raccontarmi le loro leggende e storie del terrore. La più spaventosa è quella del Chuyachaqui.

«Il Chuyachaqui è il guardiano della natura. Nessuno sa come sia in realtà. Assume la forma di qualcuno che conosci, un amico o un parente. Ti viene incontro quando cammini per la selva, comincia a parlare e ti trascina in mezzo a essa. Tu ti distrai, tra una chiacchiera e l’altra, e lo accompagni, senza far caso a dove vai, perché ti fidi di quella persona. E quando te ne accorgi, ti sei perso. Non sai più tornare a casa. Vuoi dirlo al tuo accompagnatore ma, improvvisamente, sei solo».

«E quelli presi dal Chuyachaqui non ricompaiono mai?»

«A volte li trovano tempo dopo, molto lontani dal loro villaggio, ma dopo aver vissuto persi in mezzo al bosco sono diventati pazzi».

Non prendo sul serio queste storie. Però, a parte i campionati di calcio, sono l’unica distrazione in questo posto.

Per il resto, il mio lavoro è abitudinario: ricevo via fiume attrezzi, materiali e personale dalla città, e li imbarco su un elicottero verso le prospezioni più lontane dell’impresa. In teoria il mio stipendio viene versato su un conto bancario, ma qui i soldi, a parte qualche moneta per comprare pesce e birra, non servono a nulla.

Durante i primi mesi, chiedevo a chi veniva notizie della città, di politica o sport. Ultimamente neanche quello.

La maggior parte del tempo penso a Clara. Sono venuto qui per dimenticarla, ma l’assenza di compagnia ha solo reso i miei ricordi più intensi e vividi. Certe mattine, al risveglio, riesco quasi a sentire il suo odore impresso sulla zanzariera.

Oggi pomeriggio, mentre tornavo dopo aver comprato un po’ di riso, ho avuto la sorpresa più grande del mondo, almeno del mio piccolo mondo: Clara era lì, di fronte al mio magazzino.

Era uguale a sempre, e per questo mi è sembrata più bella che mai.

«Che ci fai qui… come sei arrivata?»

«Mi saluti così? Non ti sono mancata?»

«Certo che sì!»

L’ho abbracciata così forte che avrei potuto romperla. Poi siamo andati a passeggiare.

«A tua madre manchi» mi ha detto. «Dovresti chiamarla».

«Lo farò. Quanto rimani?»

Abbiamo abbandonato la zona arata e ci siamo inoltrati tra gli alberi, nel folto bosco tropicale.

«Ho pensato molto a te».

«Anche io, tantissimo».

Era sempre più difficile camminare, tra piante e tronchi. Le zanzare e i rumori animali andavano aumentando. Però continuavamo a camminare e a parlare.

«Il sole sta tramontando, dobbiamo tornare».

Nei tropici fa buio improvvisamente. In un istante, l’ombra degli alberi è diventata l’oscurità della notte. E allora mi sono ricordato del Chuyachaqui.

«Clara? Sei lì?»

Volevo sapere il tragitto verso casa. Volevo sapere se Clara era con me.

Ma non ho avuto il coraggio di voltarmi.


 

Libri di Santiago Roncagliolo

  • Pudore (Garzanti 2009)
  • I delitti della settimana santa (Garzanti 2008), (Premio Alfaguara de Novela)
  • Crescere è un mestiere triste (Keller 2005)
  • La notte degli spilli (Keller 2020).

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