Forse è solo un caso se la morte di Stalin e la scarcerazione di Karl avvengono lo stesso giorno. Un mondo scompare, mentre il futuro appare ancora incerto. Strana vicenda quella di Karl, austriaco di nascita ma mandato in Unione sovietica nel 1934 dalla madre Eva, militante della resistenza, mentre l’Europa si avvia verso la catastrofe. Un esilio che dovrebbe essere salvifico, ma che porterà con sé una serie di inattese conseguenze. L’ultimo incontro della famiglia in campeggio è un ricordo idilliaco che resterà a lungo nella mente del ragazzo.
Partendo dalla propria esperienza personale, in Neve di giugno Ljuba Arnautović orchestra un romanzo in grado di mettere in scena l’assurda complessità della Storia, i suoi percorsi imprevedibili. Karl passa dalla colonia in Crimea all’Orfanotrofio moscovita n. 6, dove sperimenta aspri metodi pedagogici, fino alla terribile esperienza del Gulag. Quella che, nelle intenzioni della madre, doveva essere la sua salvezza, si trasforma in un percorso drammatico. Nel campo di lavoro è in gioco la sopravvivenza. Il fratello Slavko non ce la farà; morirà di fame nel 1942. Dopo l’invasione dell’Unione sovietica decisa da Hitler, ogni germanofono è visto con sospetto. L’effimera alleanza sancita dal patto fra Ribbentrop e Molotov si trasforma in aperta ostilità. Karl arriverà quasi a dimenticare la lingua tedesca, che recupererà a poco a poco dopo aver ritrovato la madre, molti anni dopo.
C’è il tempo della separazione, e quello del ritorno. C’è il tempo della menzogna, quello delle false confessioni estorte con la violenza, e c’è il tempo della verità. Il libro di Arnautović è un percorso alla ricerca di quanto rischia di rimanere sepolto nelle sabbie mobili della Storia. Ci vuole un grande sforzo per recuperare l’intimità con la madre, che negli anni della separazione è divenuta quasi un’estranea. In lunghe lettere scritte in un tedesco incerto, Karl cerca di ritrovare sé stesso, la propria identità smarrita. Ormai appartiene all’Unione Sovietica. La sua idiosincrasia verso gli americani, accusati di spiare il suo Paese, lo dimostra. Ha sposato una donna sovietica, Nina, dalla quale ha due bambine. La condizione di apolide lo lacera. La dualità insita nel suo animo, alla fine, non tarda a manifestarsi. Karl torna in Austria, separandosi dalla moglie. La convincerà a venire nel suo Paese, anche se Nina non può adattarsi alla sua nuova condizione. Karl, nel frattempo, ha intrecciato una relazione con Erika, la quale a sua volta aveva amato il povero Slavko. Il sentimento stesso, sottoposto a violente sollecitazioni, sembra sfaldarsi.
Karl non appartiene più all’Austria, e neanche alla Russia. La riabilitazione dalle antiche e ingiuste accuse, ottenuta a prezzo di aspre lotte con la burocrazia, non riesce a rinsaldare il suo io lacerato. Nulla è come appare. L’utopia socialista cede di fronte alle sparizioni improvvise di insegnanti e di studenti. Il grande meccanismo repressivo lavora nell’ombra. I protagonisti appaiono come marionette mosse da un capriccioso burattinaio. Un’ineffabile nostalgia li assale. Anche quando reincontrano parenti perduti da tempo e fortunosamente ritrovati, non possono fare a meno di provare uno struggente sentimento di estraneità. La parola fallisce di fronte a una prolungata assenza. Privi di una patria, sono costretti a vagare come sonnambuli nei vortici perigliosi della Storia.


