In Simenon, Fellini, Jung. Fratelli d’elezione, Marina Geat propone un saggio breve, rigoroso e molto godibile. Forse “delizioso”, come scrive Simona Argentieri nella sua introduzione. Non inserisce nuovi materiali d’archivio, ma rilegge in modo coerente documenti già noti, a partire dalla corrispondenza fra Georges Simenon e Federico Fellini. Il libro prende avvio da una familiarità che precede l’incontro diretto: Fellini legge da tempo e con continuità Simenon, e nelle lettere riconosce nei suoi romanzi una prossimità profonda, quasi esistenziale.
Simenon, dal canto suo, non si limita a stimare Fellini come regista: nel 1960, da presidente della giuria del Festival di Cannes, si spende personalmente perché La dolce vita ottenga la Palma d’Oro, difendendo il film in un clima di forti resistenze. Marina Geat interpreta quel gesto come un riconoscimento precoce, che suggella una consonanza già avvertita. Subito dopo Fellini scrive per ringraziarlo e prende avvio una corrispondenza che, a fasi alterne, durerà fino al 1989, anno della morte di Simenon.
Il punto di cristallizzazione simbolica del libro è una frase di una lettera del 1969: «È sempre meraviglioso scoprirsi un fratello da qualche parte». Qualcosa che accade come se fosse venuto da sé, senza essere cercato. Da qui prende forma il tema del destino e viene introdotto il concetto di “sincronicità”, che compare esplicitamente in una lettera di Fellini del 1979. Il termine funziona tra i due come parola in codice, segno di un’“intesa segreta” e di una “complicità impalpabile e sotterranea”. La “sincronicità” diventa così forma del legame: un modello relazionale fatto di intermittenze, ritorni e silenzi.
In questo quadro Carl Gustav Jung occupa il vertice del triangolo. Non è un’autorità invocata per spiegare il rapporto, ma il nome che rende possibile quel riconoscimento. Geat mostra come scrittore e regista trovino nel pensiero junghiano un modo di intendere il destino non come fatalismo, ma come configurazione di senso che emerge dall’incontro fra psiche e realtà. La sincronicità, nel lessico junghiano, è una connessione significativa senza rapporto causale. Quando Fellini parla di “misteriosa sincronicità”, allude al fatto che la lettera di Simenon giunga in coincidenza con il suo stato interiore, come se tra i due esistesse una risonanza sottratta alla volontà e a ogni spiegazione causale. Jung diventa così il garante simbolico di una fraternità che non nasce dall’ideologia, ma dall’accadere. È il terzo che permette a Simenon e Fellini di riconoscersi senza annullarsi. Anche sul piano creativo il suo ruolo è decisivo: l’opera è per entrambi un processo di trasformazione, l’emergere di immagini non interamente governate dalla coscienza. Jung non viene applicato alle opere, ma offre il linguaggio per pensarsi come autori non sovrani, esposti all’ombra e al rischio.
Questa postura emerge nel nodo del rapporto con le donne. Geat affronta il tema senza moralismi: in Simenon il femminile appare spesso come figura enigmatica, legata al desiderio e alla colpa; in Fellini assume una dimensione più fantasmatica e archetipica. Un passaggio centrale è quello dedicato a Casanova, film che Simenon riconosce tra i più emblematici di Fellini. Non un film sulla seduzione, ma sulla sua deriva meccanica, sulla sterilità del desiderio quando si separa dall’alterità. Qui si concentra un’ombra junghiana che entrambi riconoscono come propria inquietudine.
Il saggio mette infine a fuoco una temperie culturale italiana che, nel secondo Novecento, si sviluppa fuori dall’egemonia marxista dominante nella critica ufficiale. È la linea che passa per Debenedetti, Bazlen, Bernhard, e trova nell’editoria Adelphi uno dei suoi luoghi di sedimentazione. Geat ricorda come la fortuna italiana di Simenon, oltre il solo ciclo di Maigret, sia legata a questa tradizione. La pubblicazione sistematica delle sue opere presso Adelphi contribuisce a sottrarlo a una lettura puramente commerciale, riconoscendone la centralità nel Novecento europeo. In questo processo Fellini non rimane sullo sfondo: si spende personalmente per sostenere questa ricezione, rafforzando un clima culturale più esigente e non riduttivo.


