Mark Fisher / Dissolvimento di organico e inorganico

Mark Fisher, Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine, tr. di Vincenzo Santarcangelo, Einaudi, pp. 312, euro 19,00 stampa, euro 11,99 epub

Tradotta ora da Einaudi come Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine, la tesi di dottorato in Filosofia e Letteratura che Mark Fisher depositò presso l’Università di   Warwick – con il titolo più criptico e retrospettivo di Flatline Constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction – nel 1999, l’anno spartiacque che, al culmine della cybermania anni ’90, coincise con la grande iperfinzione del Millennium Bug. La profezia, al tempo accreditata dalla maggioranza dei teorici e degli informatici, al nocciolo era poi questa: allo scoccare del nuovo millennio (ribattezzato Y2K), i contatori di sistema, non potendo gestire una variabile tempo = 00, avrebbero azzerato le memorie nei computer del pianeta, o almeno nei più vecchi, mandando in tilt le neonate “autostrade dell’informazione” (© Al Gore). Per fornire il contesto, questa “apocalisse digitale”, al di là dei sinistri proclami alimentati soprattutto da consulenti e media mainstream, nella sua petulanza conteneva per altri versi una piega più rassicurante. Il suo ingenuo allarmismo perpetuava infatti, dopotutto, anche l’illusione, al tempo largamente condivisa, per cui Internet, se non era proprio quella faccenda di hackers, bloggers e visionari vari che si era detto, forse non era nemmeno una partita già vinta in partenza dai padroni del casinò, che al tempo si faceva chiamare pudicamente New Economy.
Un quarto di secolo più tardi – adesso – avviciniamo l’opera prima di Fisher, membro fondatore della mitica CCRU (Cybernetic Culture Research Unit) assieme a Sadie Plant e Nick Land, quando non solo l’apocalisse digitale non c’è mai stata ma, nell’epoca di Palantir e OpenAI, niente probabilmente stride quanto le note alte del cyber-ottimismo anni ’90, di cui la corrente CCRU ha rappresentato, anche se problematicamente, la variante visionaria, più profetica e fantascientifica.

Premessa dell’opera è che, riprendendo Baudrillard, nel passaggio dalla rappresentazione alle simulazioni del tardo capitalismo, viene a cadere anche ogni distinzione tra teoria e finzione narrativa; opere letterarie e cinematografiche come Blade Runner, Videodrome, Neuromante, Il seme della follia, figurano non a caso tra i basamenti della riflessione che Fisher porta avanti. Un’altra premessa, questa volta di carattere storico oltre che metodologico, è la lettura del capitalismo come sistema cibernetico dotato di un feedback, che si espande attraverso la codifica in plusvalore di ogni aspetto della natura e della cultura in informazione. Il postmoderno, in altre parole, viene interpretato, al di là di Jameson stesso, alla luce di Norbert Wiener e della nascita della cibernetica. Il materialismo gotico che dà il titolo al saggio sottrae innanzitutto il “gotico” dalla narrazione del soprannaturale e il discorso marxiano sul vampirismo alla metafora; ma, sul piano filosofico, si identifica invece con l’immanenza dei processi materiali in un “continuum anorganico” dove i confini tra vita e non-vita, umano e macchina, animato e inanimato collassano. Questo “ritorno del demoniaco” per Fisher non rappresenta affatto un rigurgito di arcaismo nell’ultra-modernità cibernetica ma semmai una chiave che appartiene forse da sempre alla visione materialistica delle agenzie non umane: è la “stregoneria” del Golem come di Neuromante, la “magia” citata dallo stesso Wiener, per richiamare i pericoli dell’era cibernetica.

A partire dal concetto di “corpo senza organi”, il pensiero di Deleuze e Guattari rappresenta la fonte primaria del “materialismo gotico” di Fisher. Investito dall’immaginario sci-fi horror, di cui l’autore inglese si dimostra già sottile conoscitore, descrive il flusso rizomatico dove l’individuazione può prescindere dalla soggettivazione e l’intelligenza dai fenomeni della coscienza. Le gerarchie del corpo organico sono smantellate dal costrutto dell’androide, le sue memorie e i desideri, prodotti in laboratorio, eccedono la descrizione, puramente “estensiva”, della tecnologia come protesi che ne fece McLuhan. Dello studioso canadese Fisher recupera invece il concetto di Sistema Nervoso Esterno, che, nella prospettiva anni ’90, si adatta al cyberspazio, un mondo dove non solo la mappa diventa il territorio, alla Borges, ma l’allucinazione consensuale (© Gibson) procede a riprogrammare l’umano.  Dal lato forse più oscuro di McLuhan, riprende invece l’idea di “auto-amputazione”, operazione da sempre contestuale all’adozione dei “nuovi media”, che per Fisher coincide con l’”invaginazione” della Nuova Carne, con riferimento alla celebre sequenza di James Wood in Videodrome.

La xenogenesi, ossia la riproduzione asessuata, costituisce per ciò stesso l’apice del capitalismo cibernetico nella visione del materialismo gotico. Non si tratta solo di riconoscere l’obsolescenza dell’atto sessuale bio-organico, che si scompone davanti alla propagazione di codice – umano e non – della clonazione e della replicazione tecnica, ma la retrocessione dell’animale umano che cambia di posto una volta abbandonate le prerogative che il punto di vista antropocentrico della piramide biotica gli aveva conferito. Mutati mutandis, lo scienziato umano, il mad doctor di tanti film, da demiurgo, artefice dell’innovazione diventa semplice facilitatore, più o meno consapevole, della riproduzione macchinica: l’impollinatore sapiens che sta alla macchina come il calabrone alla “Ofride dei Calabroni”.

Come osserva Adam Jones, nell’ottima postfazione all’edizione italiana, «A vent’anni di distanza non è facile conservare anche solo un residuo di quella che la CC RU avrebbe chiamato “cyber positività” (…) I patti faustiani che abbiamo stretto non ci hanno davvero potenziato, ne hanno rimosso i nostri limiti umani:  li hanno soltanto spostati in zone sempre più visualizzate e rigidamente sorvegliate (..) Dietro al trono della tecnica siede il trono del capitale: è questo il vero demone della modernità». Se il re ora è nudo e l’hype che ha circondato la trasformazione digitale oggi è morto e sepolto, mai come adesso si è posta la questione della cibernetica nella nostra realtà sociale. Dietro alla eco di un lontano sballo collettivo, che ha preluso alla stagione del disincanto e della malinconia, il materialismo gotico di Fisher è il messaggio di questo naufragio che usa il fortunale per approdare sulle nostre spiagge a ricordarcelo.