Michel Eltchaninoff / L’indigesta insalata russa di Putin

Michel Eltchaninoff, Nella testa di Vladimir Putin, tr. Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o, pp. 176, euro 15,00 stampa, euro 11,99 epub

In un articolo pubblicato su The Guardian il 23 maggio Slavoj Žižek scrive: “Anatoly Chubais, il padre degli oligarchi russi (ha orchestrato la rapida privatizzazione della Russia nel 1992), ha detto nel 2004: ‘Ho riletto tutto Dostoevskij negli ultimi tre mesi. E non provo altro che odio quasi fisico per quell’uomo. È certamente un genio, ma la sua idea dei russi come persone speciali e sante, il suo culto della sofferenza e le false scelte che presenta mi fanno venire voglia di farlo a pezzi’. Per quanto non mi piaccia Chubais per la sua politica, penso che abbia ragione su Dostoevskij, che ha fornito l’espressione “più profonda” dell’opposizione tra Europa e Russia: individualismo contro spirito collettivo, edonismo materialista contro spirito di sacrificio”.

Da parte sua Michel Eltchaninoff difende il grande russo a cui dedica un capitolo del suo saggio Dostoevskij e Berdjaev, i falsi amici. L’autore riconosce che i due scrittori fanno parte del pensiero di Putin ma li salva: Dostoevskij non può essere ridotto al messaggio ideologico, “Le opinioni più opposte a quella attribuite all’autore hanno la loro chance. Nemici di Stato, nichilisti, pedofili stupratori, vecchi logorroici e idioti universalisti parlano tanto quanto gli altri”. Il riferimento è chiaramente alla struttura polifonica dell’opera di Dostoevskij così come definita da Michail Bachtin.

Anche il meno noto in Italia Nikolaj Berdjaev (visse in esilio a Parigi, dove morì nel 1948) è, secondo Eltchaninoff un “falso amico” di Putin: inventa una filosofia religiosa originale che si basa sulla libertà ontologica e irriducibile del credente, non ha niente di nazionalista né di imperialista e, a questo proposito, Eltchaninoff ricorda ad esempio che il pensiero di Berdjaev è  presente e discusso nelle lettere dal carcere di Nadezhda Tolokonnikova, una delle esponenti delle Pussy Riot arrestata nel 2012 per “vandalismo motivato da odio religioso” dopo aver letto una “preghiera punk” nella cattedrale di Cristo Salvatore [1]. Non si tratta qui naturalmente né di salvare l’onore di Dostoevskij [2] e Berdjaev, né di aspettarci che Putin sia un fine critico letterario, un filosofo o uno storico. Più semplicemente Putin ha bisogno di una ideologia, di una visione del mondo e di “idee profondamente ancorate nella storia del paese. Che poi ci creda o meno è secondario (…) Come Dimitrij Karamazov (…) è una ‘natura vasta’, sia cinico che idealista, e sincero in entrambi i casi”.

Il saggio Nella testa di Vladimir Putin  – uscito in Francia nel 2015 e aggiornato all’attuale situazione di guerra nell’edizione e/o – ricostruisce la miscela di ingredienti che compongono l’ideologia imperiale di Putin: un piatto speziato micidiale, una vera insalata russa che si articola su vari livelli. A partire da un’eredità sovietica opportunamente depurata, il primo livello è una visione conservatrice; il secondo una teoria della Via Russa; il terzo un sogno imperialista ispirato dai pensatori eurasisti; e non manca una filosofia con pretese scientifiche mutuata dalla teoria biologica deterministica dei popoli di Lev Gumilëv (figlio della poetessa Anna Achmatova) che teorizza la “passionarietà” dei russi. Una dottrina ibrida e variabile che Putin adatta alle circostanze politiche.

Dal passato sovietico Putin, allevato alla scuola del KGB, prende il patriottismo, facendo leva sulla vittoria contro il nazismo per “attribuire alla Russia una specie di superiorità morale nelle relazioni internazionali” e una sorta di primato sull’anti-nazismo, anche a scapito del contributo delle altre repubbliche sovietiche: una vera e propria offensiva della memoria [3].

Il crollo dell’URSS  e la conseguente diaspora delle Repubbliche sovietiche viene letto da Putin come la più grande catastrofe geopolitica del secolo, specialmente in senso “umanitario” per i venticinque milioni di russi rimasti fuori dalla Patria (anche l’invasione Ucraina viene giustificata come una difesa dei russofoni) e per il “vuoto ideologico” lasciato dal marxismo-leninismo, che deve essere colmato.

L’imperialismo di Putin si è affermato nel 2014 con l’annessione della Crimea, mentre, al momento dell’invasione dell’Ucraina, nel suo discorso alla nazione Putin usa la retorica della difesa del Paese aggredito quando afferma che “sul nostro territorio storico si sta formando un’anti-Russia ostile totalmente controllata dall’esterno”; una “questione di vita o di morte, del futuro storico del nostro popolo: hanno oltrepassato la linea rossa”.

L’Ucraina è considerata una pedina fondamentale dai filosofi russi preferiti da Putin. Per gli slavofili Kiev è la sorgente inalienabile della Russia ortodossa, Nikolaj Danilevskij considera gli ucraini i primi fra i “fratelli slavi”. Ivan Il’lin afferma che “gli europei (…) sognano di spingere la Russia verso l’Asia e prenderle le terre europee più vicine, in particolare l’Ucraina”. E taglia corto: “L’Ucraina dovrà scegliere tra la Polonia e la Russia”. Quanto agli eurasisti, ritengono assurdo volere staccare l’Ucraina dalla Russia. Putin da parte sua aggiunge “Karkiv, Donetsk, Nikolaiev e Odessa non facevano parte dell’Ucraina all’epoca degli zar, sono territori trasmessi all’Ucraina negli anni venti del Novecento dal potere sovietico. Perché lo abbiano fatto, Dio solo lo sa”.

Sarà Nikita Michalkov (il grande regista figlio dell’autore delle parole dell’inno sovietico e del nuovo inno della Russia, che oggi suggerisce di contrapporre all’Oscar un Oscar euroasiatico) a far conoscere a Putin il filosofo Ivan Il’in (1883-1954): specialista di Hegel, nella tradizione del pensiero religioso, influenzato dall’idealismo tedesco, anticomunista viscerale ma non ammiratore della democrazia occidentale, Il’in teorizza una “democrazia della qualità, della responsabilità e del servizio” ripresa dal consigliere di Putin Vladislav Surkov (di origine cecena, ideologo del separatismo del Donbas) teorico della “democrazia sovrana” che coincide con lo Stato e poggia sull’identità culturale rafforzata dalla tradizione che caratterizza l’originalità russa.

La “democrazia sovrana” si coniuga anche anche con il drammatico calo demografico del paese: una questione sociale e morale che si intreccia con l’omofobia perché lega la natalità all’omosessualità, alla questione dell’interruzione delle gravidanze, all’educazione patriottica della gioventù (perché dall’educazione deriva il futuro demografico della Russia), alla difesa della “immunità culturale russa”, alla protezione dei bambini dalla pornografia di Internet. La sfera della riproduzione, del controllo delle donne e dei corpi, diventa centrale.

L’idea di un impero eurasiatico ha molti vantaggi: si oppone nettamente all’omogeneità culturale, linguistica e politica occidentale; accetta al suo interno popoli, lingue e religioni diverse, sembra  quindi avere un’essenza non nazionalista. Putin dichiara che “la Russia in quanto paese euroasiatico, è un esempio unico in cui il dialogo delle culture e delle civiltà è praticamente diventato una tradizione nella vita dello Stato e della Società”. Simbolo vivente dell’armonia delle differenze, la Russia merita un ruolo centrale nella costituzione della futura superpotenza. Se il collante dell’URSS era un’ideologia emancipatrice e unificatrice – il comunismo marxista-leninista – ora il modello non può che essere quello metafisico di diversità fuse nell’unità, a lungo esplorato dalla filosofia russa della fine dell’Ottocento che si oppone nettamente all’omogeneità culturale, linguistica e politica anglosassone. Ma – con buona pace del patriarcato di Mosca e dei filosofi – l’impero sarà fondato sull’espansione del rublo e perfettamente integrato all’economia di mercato.

In ultimo è una cosa sicuramente curiosa che il nonno di Putin sia stato il cuoco di Stalin, ma anche di Lenin a cui si attribuisce il motto, radicalmente democratico, “Ogni cuoca dovrebbe imparare a reggere lo Stato”. Sigh!


[1] Comradely Greetings: The Prison Letters of Nadya and Slavoj, 2014

[2] A questo proposito se c’è un onore da ricostruire è quello della Bicocca che a inizio conflitto nel febbraio 2022 aveva sospeso il ciclo di lezioni che Paolo Nori avrebbe dovuto tenere su Dostoevskij.

[3] Rientra in questa offensiva della memoria anche la recentissima chiusura del Memorial la più longeva istituzione indipendente russa sui diritti civili, che studia e raccoglie le memorie degli internati nei Gulag.

 

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