Gioacchino Toni / Nelle braccia del guardiano digitale

Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, pp. 230, euro 15,00 stampa

Internet nei primi anni Novanta connetteva per lo più BBS (Bulletin Board System), ma con i suoi forum, i newsgroups, i guestbook e le chat faceva sognare un mondo di comunicazione libera, sottratta ai monopoli politici ed economici. Poi, all’inizio del secolo, con Indymedia una generazione di attivisti indirizzò ai giornaloni obsoleti e alla televisione generalista una salva di pernacchi irriverenti.

Ogni prateria vergine è tuttavia terreno di conquista per il modo di produzione capitalista. A farne le spese sono di volta in volta i bufali, le popolazioni originarie e qualsiasi abitante fisico o digitale pensi di poter vivere al di fuori della logica dominante. Oggi la stampa tradizionale non se la passa bene e la televisione generalista copre un’audience sempre più anziana, ma il sogno di connessione libertaria si è realizzato come incubo di una vita eternamente connessa, datificata e sorvegliata fin dal concepimento. Tramite il GPS degli smarthphone veniamo geolocalizzati, controlliamo figli, partner e genitori; milioni di telecamere (una ogni dieci persone negli U.S.A.) riprendono incessantemente le nostre attività quotidiane e le nostre preferenze sono ormai raccolte anche dagli oggetti più comuni grazie alle loro connessioni wi-fi: elettrodomestici, automobili, smart city. Non c’è limite: Hallo Barbie interroga i bambini sui loro gusti e nel 2019 sono state rinvenute in Belgio migliaia di conversazioni in camera da letto senza che Google assistent fosse stato attivato.

Se però di fronte a questa realtà pensiamo alla celebre distopia orwelliana non siamo sulla via giusta, perché siamo noi, quotidianamente, a correre verso il dominio: nessun Grande Fratello ci obbliga a tenere acceso lo schermo e a spiare i vicini. È questo lo scenario inquietante e dettagliato che ci offre Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, l’ultimo saggio di Gioacchino Toni. Secondo l’autore, infatti, siamo “di fronte al più sofisticato sistema di monitoraggio, predizione e indirizzo comportamentale mai visto all’opera nella storia e tali pratiche di controllo e manipolazione sociale e individuale non sono in possesso di un tradizionale Stato di polizia, ma di alcune grandi aziende private, vere e proprie nuove superpotenze, che agiscono con il supporto di un certo entusiasmo popolare: dopotutto questi accattivanti dispositivi digitali sembrano offrire gratuitamente ciò che tutti desiderano, compresa una sensazione di partecipazione, di relazione sociale, di identità e di protagonismo. Cioè tutto quanto è stato fatto loro perdere per strada un poco alla volta.”

Alla base di questo processo non c’è quindi una tecnologia intrinsecamente maligna, quanto un sistema di rapporti sociali basati sul processo d’individualizzazione che esalta i valori dell’autorealizzazione, dell’autopromozione, del selfbranding. Le fotografie non hanno più nessun legame intimo con la memoria della nostra comunità. Quelle che condividiamo compulsivamente sui social ritraggono noi stessi, il nostro volto, i nostri piedi, mentre l’ambiente circostante diventa un mero dettaglio utile a individuarci come una “realtà d’interesse pubblico”. Tutte le informazioni – nostre e dei nostri figli (il cosiddetto sharenting) – che condividiamo sono oro per i giganti digitali che ci possono profilare a fini pubblicitari o peggio: “Un data broker – ci ricorda Toni – può identificare, per esempio, un individuo anche in base al suo aver manifestato interesse all’argomento diabete non solo per vendere l’informazione a produttori di alimenti senza zucchero, ma anche alle assicurazioni che, in base a ciò, lo classificheranno come ‘individuo a rischio’ alzando il prezzo della sua polizza.”

Il capitalismo della sorveglianza è così pervasivo e insidioso perché la velocità della sua colonizzazione non ha permesso il sedimentarsi di una conoscenza diffusa dei suoi meccanismi e delle sue conseguenze sulla vita quotidiana. Ecco perché lo studio panoramico di Toni costituisce il primo passo per ogni una futura resistenza.

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