Dei due protagonisti, l’uno figura nel romanzo solo attraverso le e-mail che invia nascosto in una grotta della provincia occitana dove si è ritirato a vivere, l’altra agisce sotto copertura e non conosceremo mai il vero nome. Bruno Lacombe è un filosofo dilettante, ora settantenne, ritiratosi nella campagna francese dopo la disillusione del Maggio ’68 e l’espulsione, pare, dalla cerchia di Guy Debord o, forse, in seguito alla tragica morte della figlia. Vagamente ispirato alla figura del teorico Jacques Camatte, Bruno è un pacifista radicale che non si limita a rifiutare la modernità ma, affascinato dalla civiltà e dalla cultura dei Neanderthal, giudica homo sapiens stesso un sanguinario e incorreggibile bullo preistorico. Le sue mail, rivolte a una comune di militanti anarchici e di expat parigini, sempre meno convinti del suo primitivismo, sono intercettate invece con crescente interesse da un’americana che dovrà infiltrarli, sotto il falso nome di Sadie Smith, per sabotare sul nascere il movimento contro la privatizzazione del territorio e dei bacini idrici. Sadie non è una brava persona ma è l’unica narratrice di questa spy story con risvolti da black comedy che, come le mail di Bruno, conosceremo soltanto attraverso il suo cinismo spicciolo e saputo.
Rachel Kushner ha troppo stile per sbatterci in faccia i traumi che hanno portato una laureata a Berkeley a fare la spia per il suo governo ma nel corso del racconto veniamo a conoscenza dei turpi casini in cui è rimasta invischiata, e di un passato che, dopo averla allontanata dall’Fbi e dall’America – spingendola tra le braccia del settore privato che ora la foraggia – rischia di tornare alla luce. La sua professione, favorita dal superpotere mimetico di una bellezza nella media, e di una mastopessi, la porta a guardare alla realtà senza quelli che presume essere gli intralci del senso comune. Ma se il disincanto di Sadie si affina quando si tratta di stigmatizzare i vizi europei, e in special modo francesi, la sua saggezza in fin dei conti non va oltre perle come “La vita continua per un po’. Poi finisce” o, anche “I cattivi vengono ossequiati, i buoni puniti”, fino al definitivo: “Il carisma nasce dal bisogno degli altri di credere che esistano persone speciali”. Come unica debolezza riconosce a sé stessa che in fondo l’America un po’ le manca, stante “la nostra passione per la violenza, la stupidità e la libertà”.
Siamo invece nella Francia dei primi anni ’10 e da Marsiglia ai bar della Provenza risuonano le note dei Daft Punk. Kushner dice di conoscere fin troppo bene le grotte e i contadini della regione, dove da anni va in vacanza l’estate e suo figlio fa da guida ai giovani francesi. Quando non arriva la conoscenza di prima mano, va detto che il lavoro preparatorio (a un certo punto viene citato, senza nominarlo, anche un documentario di Silvano Agosti) fa il resto, e non è un caso forse se un vero ciclo di lotte – e un movimento come Les Soulèvements de la Terre (SDT) – sia poi effettivamente esploso da quelle parti.
Il trucco del narratore infido e malintenzionato, che assimila abbastanza scopertamente il mestiere dello scrittore a quello dello spione infiltrato, fornisce a Kushner un margine di prezioso distacco, a tutta prova di moralismo, consentendole anche di riciclare una galleria di stereotipi, altrimenti troppo stereotipi, come il leader egocentrico e maschilista, il regista bobo cinefilo e tonto, l’americano che dopo tre anni non spiccica una parola di francese, il burocrate odioso e sacrificabile anche per i suoi padroni, ecc. La scrittrice cita tra le sue fonti di ispirazione Jean-Patrick Manchette, per le spy story con finale catastrofico, e Child of God di Cormac McCarthy per i capitoli brevi, a sottolineare la sua prosa stretta e incalzante, ma non manca di infilare anche un ironico cameo di Michel Houellebecq (un arzillo scrittore sempre spettinato e “con il sex appeal di una nonna”, al seguito del viceministro in visita elettorale, prende appunti tra i farmer in rivolta per il suo prossimo romanzo).
Il lago della creazione, apprezzato da Fredric Jameson poco prima di morire, come ha rivelato Kushner in un’intervista, presenta al pari di Mars Room, ma in termini forse ancora più espliciti e emancipati dal realismo del romanzo mainstream, due piani improbabili quanto necessari a individuare un tempo della trasformazione che, indefinito com’è, si frappone tra i due estremi: il tempo dell’ esperienza umana, che fa ballare i personaggi come poveri burattini, e la storia profonda invisibile all’azione (ma non alla narrazione). Sarà proprio lo scorcio di questa apertura che attraverso i “pipponi” visionari e sorprendenti di Bruno, fanno percepire a Sadie la profondità della propria solitudine riflessa in quella che il filosofo, a sua volta, lascia filtrare dalle sue mail. E con essa, ben lungi da un ripensamento “etico”, il desiderio di un cambiamento.


