Silvia Semenzin è una sociologa molto giovane ma che ha già avuto modo di sperimentare personalmente la trasformazione di Internet da spazio di libertà, espressione e creatività a luogo claustrofobico e particolarmente pericoloso per le donne. Quando abbiamo cominciato a usare la rete, che fossimo già adulti oppure giovanissimi, credevamo di aver trovato (e di poter costruire) un territorio libero, un luogo in cui si poteva essere o fingere di essere, giocare o essere seri, inventare, immaginare, raccontare. Le donne, ci dice Silvia Semenzin nel saggio Internet non è un posto per femmine, sono state tra le prime a creare gli algoritmi, a programmare, a occupare lo spazio virtuale, di cui all’inizio gli uomini non vedevano ancora tutta la potenzialità. Poi, man mano che la rete si è fatta più necessaria ed economicamente più redditizia, man mano che anche il potere ha cominciato a passare attraverso Internet, gli uomini hanno via via estromesso le donne, appropriandosi dei lavori meglio retribuiti e più significativi. E la cultura maschilista che permea le nostre società cosiddette evolute, è penetrata anche nella rete. Le donne si sono ritrovate a essere oggetto di commenti sessisti e volgari, bodyshaming, offese a vario titolo e un inquietante odio diffuso. Con una progressione veloce e con una fortissima influenza americana (non bisogna dimenticare che il nostro internet si appoggia totalmente a piattaforme statunitensi) è dilagata su internet l’idea che le donne siano “il problema” delle nostre società. Le donne con le loro richieste di parità sul lavoro, collaborazione in casa, rapporti egualitari e fondati sul rispetto reciproco, sono vissute come una minaccia. Si parla di strapotere delle donne, di femminismo che distrugge la società, di uomini vittime di quello strapotere.
Ma non si tratta di minoranze fanatiche con cui può capitare di incontrarsi/scontrarsi. Si tratta degli algoritmi, che propongono in modo semiautomatico contenuti sessisti e maschilisti. Succede soprattutto ai ragazzi molto giovani, che si affacciano per la prima volta a internet e che il più delle volte non hanno grandi strumenti per selezionare i contenuti e difendersi da pensieri che finiscono per condividere. Gli algoritmi premiano le visualizzazioni, i click, la frequenza. E non sono persone, nessuno li controlla, pochi sanno come funzionano, non si percepiscono.
Il vittimismo per un mondo dominato dalle donne è il tema portante della “manocultura”, cioè di quella cultura che si genera nella “manosfera”: un termine tradotto un po’ sommariamente dall’inglese, dove “manosphere” fa pensare in modo più diretto a un approccio tutto maschile. La manosfera è quell’insieme di blog, forum e gruppi, dagli MRA (Men’s Rights Activists), gli MGTOW (Men Going Their Own Way), i PUA (Pick-Up Artists) e gli Incels (celibi involontari), che si piccano di offrire una contro-narrazione al femminismo contemporaneo. Sempre più spesso questa narrativa, che parte dalla crisi contemporanea della mascolinità, si radicalizza e si traduce in partecipazione a eventi violenti. Su piattaforme come Reddit, YouTube e TikTok le frustrazioni individuali si trasformano in ideologie collettive, i conflitti si radicalizzano, la violenza verbale diventa normale, la disinformazione regna sovrana. E ci si può immaginare come queste modalità e queste tematiche possano risuonare nella vita di un adolescente in cerca di se stesso e del suo posto nel mondo. Infatti, quasi la metà delle donne che stanno in rete dichiara di aver subito degli episodi di violenza. Di offese al suo aspetto fisico. Di disprezzo per quello che dice e pensa. Di dichiarazioni sessuali non richieste e che non hanno nulla a che vedere con il desiderio.
Nel suo saggio, breve ma densissimo, Semenzin ripercorre le tappe che hanno portato internet a diventare questo luogo in cui le donne sono a disagio. Ma entra anche nel merito di possibili proposte, di una rivoluzione vera e dal basso in cui le donne si riprendano la rete. È necessario restare dentro il sistema, agire, proporre contenuti e modalità diverse. Perché questa recrudescenza del maschilismo e della visione rozza e sommaria dei rapporti uomo-donna, del potere asimmetrico come unica forma delle relazioni tra esseri umani, va di pari passo con quello che succede là fuori. Con il trionfo dei predatori, con la guerra come unica soluzione dei conflitti, con la violenza come unico linguaggio. Un là fuori che è andato al di là della nostra immaginazione, ma che come sempre abbiamo ancora la possibilità di cambiare. Chi come noi di Pulp Magazine frequenta la bolla dei libri e della cultura sa che è un lungo lavoro, quello quotidiano di scegliere i libri e proporre quelli che più ci possono aiutare ad affrontare il mondo in cui viviamo. Ma sappiamo che è un lavoro necessario, e che ne vale la pena.


