Simona Matraxia / Indagine Old Style

Simona Matraxia, Una scheggia di tristezza purissima, Golem Edizioni, pp. 480, euro 19,50 stampa, euro 7,99 epub

La casa editrice torinese Golem Edizioni è stata fondata nel 2013; oggi è sul mercato editoriale con una decina collane, soprattutto di narrativa, almeno tre delle quali sono dedicate al giallo e al noir. Oltre alla collana “Le Vespe”, che ha una grafica di copertina progettata intorno a un cerchio giallo e che ospita romanzi di autori e autrici italiani (ne abbiamo scritto su Pulp Libri a proposito di un giallo di Remo Bassini), ce n’è un’altra intitolata “Swing”. Nata per ripubblicare le opere della scrittrice Gianna Baltaro (1926-2008), che a partire dagli anni Novanta mise a frutto nella narrativa la sua esperienza di giornalista di cronaca nera su diverse testate, da La Stampa a L’Unità. Usciti per diverse case editrici tra il 1990 e il 2007, sono diciotto i titoli che Baltaro ha dedicato alla figura dell’ex commissario Andrea Martini. Completata l’opera, Golem Edizioni ha aperto la collana ad altre autrici: il n. 19 è un giallo pubblicato con lo pseudonimo Laura Florian e il 20, uscito nel mese febbraio 2022, è questo Una scheggia di tristezza purissima della quasi esordiente Simona Matraxia. La grafica di copertina di questa collana ha richiami a cavallo tra lo swing, appunto, e l’Art Nouveau, ed è giocata tra il giallo dello sfondo e il bianconero delle immagini, a indicare che le storie pubblicate sono un po’ old style, quantomeno come ambientazione.

La storia scritta da Matraxia, per esempio, è collocata nel 1959 a Londra. L’indagine ruota intorno a un omicidio commesso con modalità inconsuete. La vittima, un giovane artista di pochi mezzi che si è dedicato anche alla produzione di illustrazioni al limite della pornografia per riviste semiclandestine, viene rinvenuto morto praticamente “in braccio” a una statua incompiuta che egli stesso scolpiva, una sorta di pietà michelangiolesca metà pietra e metà carne.

Incaricato dell’indagine è una figura istituzionale, un poliziotto appena trasferito dalla provincia alla capitale per ragioni, in parte, di incompatibilità ambientale. Craig Thorne è uno di quei detective che nascondono nel proprio passato un vulnus esistenziale che li rende inquieti, solitari e dediti alla ricerca di una verità oggettiva, prima ancora che giudiziaria: la soluzione del caso criminale diventa allora una questione “personale”, quasi che lo smascherare i colpevoli sia, oltre che una ricomposizione di un fatidico “ordine” primigenio come in ogni giallo che si rispetti, anche la cura per una ferita surrogata. Dal momento che è impossibile guarire la lesione subita, si può correggere una delle innumerevoli manifestazioni del Male, il delitto appunto, con gli strumenti della professione.

L’ambientazione a fine anni Cinquanta offre all’autrice la possibilità di una dettagliata ricostruzione d’ambiente che è uno dei non pochi pregi di questo romanzo. Nel breve arco di venti giorni, tra il 5 dicembre e il giorno di Natale, l’ispettore Thorne si muove tra locali equivoci che mantengono una rispettabilità di facciata, anziane signore che lo sfidano a scacchi davanti a una tazza di tè, giornalisti che possono aiutarlo o danneggiarlo con ciò che scrivono, e una squadra inquirente che forse non è esattamente ciò di cui ha bisogno, perché anche le migliori organizzazioni nascondono elementi di ambizione personale – d’altronde Thorne, come ogni detective letterario che si rispetti, giungerà alla soluzione in via autonoma.

Un altro pregio di questa deliziosa ricostruzione d’ambiente sono i continui riferimenti musicali. Tra i personaggi c’è una famosa violinista, Alice Wharton, che si muove intorno ai confini ancora incerti dell’indagine, e che custodisce segreti altrettanto dolorosi di quelli dell’investigatore. Ancora una nota positiva sulla scrittura: raffinata ma non pedante, ricca, suggestiva e impostata su quella reticenza del punto-di-vista che è il migliore carattere stilistico della narrativa contemporanea.

 

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