Trasformare il mondo in un palcoscenico onirico; questo sembra l’obiettivo della narrativa di Stig Dagerman. Come Kafka si sente reietto, escluso, estraneo al mondo. Lucas Egmont, uno dei protagonisti de L’isola dei condannati, è affetto da una colpa. Come accade allo scrittore praghese ha l’anima oppressa da un mare di tenebre che non gli dà requie. Ogni cosa lo fa sentire colpevole. L’infanzia lo segue e lo ritrova, e con essa la morte accidentale di un pony. Il padre, che in gioventù è fuggito insieme a un circo, lo tormenta continuamente con una frusta, come volesse domare l’animale che è in lui. Il bene e il male si danno battaglia all’interno del suo essere.
Che scrittore Dagerman, dotato di una immaginazione torrenziale, capace di un linguaggio estremamente evocativo. Immaginiamo lo sforzo di tradurre questo libro, nel quale ogni frase è pregna di immagini e di significato. Il sipario si apre su un castello nel quale si aggira un ragazzo che tutti pensano malato. Psicologi, “accordatori della fisarmonica dell’anima”, cercano di far luce nell’abisso che lo minaccia. Braccia di fanciulli pendono verso terra “come le funi inutilizzate di un pendolo”. Lucas è affetto da un malessere, per il quale rischia di perdere il posto in banca. Viene portato via da un’auto nera, nel cuore della notte. Comprendiamo in seguito che si trova su un’isola, dove è misteriosamente naufragato insieme ad altre persone: un capitano folle, un pugile paralitico, un uomo gigantesco, un aviatore, una giovane inglese e una donna dai capelli rossi.
Il microcosmo, come nell’Invenzione di Morel di Casares, o nella Tempesta shakespeariana, è luogo sommamente simbolico, albergo dell’ignoto e del meraviglioso. L’isola è un luogo mentale, un fiore divoratore di uomini, una spiaggia smossa dai passi di un “invisibile camminatore”. Misteriosi persecutori infestano l’anima dei personaggi. C’è chi sente un tremendo istinto di ubbidire, evocando la poetica di Robert Walser. L’isola è una prigione, nella quale nulla ci appartiene. Il tempo e lo spazio scompaiono, lasciando solo una visione carica di terrore. Grandi volatili ciechi con i becchi affilati come artigli solcano il cielo e spaventose iguane popolano la terra. Il panorama stordisce con la sua immensità. L’indifferenza della natura atterrisce. L’uccisione di una iguana simboleggia la frattura insanabile fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. In un crescendo visionario, è possibile interloquire con gli elementi. Il libro è un sogno dentro un altro sogno, come in un gioco di scatole cinesi. Il crepuscolo lascia intravedere un terribile chiarore, un raggio verde come nell’omonimo film di Rohmer ispirato a Jules Verne, un istante così nitido da permettere una lucida ed effimera comprensione del reale.
Le situazioni estreme condizionano il comportamento dei personaggi. I sopravvissuti appaiono legati da strani rapporti di forza. Episodi bellici fanno emergere verità che si vorrebbero tenere celate. Le loro vite si svelano a poco a poco nel paesaggio primordiale, immerso nella vegetazione e circondato da un mare sussurrante. Sequenze di trascinante impatto visionario immergono il lettore in un universo onirico di grande suggestione, affine per alcuni versi alla poetica surrealista. Una ferita che non potrà mai guarire diviene simbolo dei destini umani. Un violento pendolo luminoso, più terrifico di quello immaginato da Edgar Allan Poe, ci stordisce, mentre una misteriosa roccia bianca addita insondabili segreti.
Un libro arduo, impervio, forse imperfetto, sovente difficile. Si precipita nelle sue pagine come in un abisso, vi si affonda come nelle sabbie mobili. Raramente la letteratura ha lambito così da presso la follia. L’uomo è solo nella vastità dell’universo, condannato da una inesplicabile sentenza. La società distrugge l’individuo, annienta il suo desiderio di libertà. Tutti appaiono in pericolo, annichiliti dalla paura. “Cos’è l’intera letteratura davanti a un unico, talentuoso suicidio?”, si chiede lo scrittore. Sfuggire a sé stessi, togliersi di dosso “l’odiosa persona che non si desiderava più portare con sé” appare una irraggiungibile chimera. Per riuscirci, Dagerman si toglierà la vita.


