Tony Tulathimutte / Nati nel feed

Tony Tulathimutte, Rifiuto, tr. e postfazione di Vincenzo Latronico, Edizioni e/o, pp. 288, euro 19,50 stampa, euro 11,99 epub

In Rifiuto Tony Tulathimutte racconta il mondo dei social assumendolo come condizione antropologica data. Questa è la sua vera novità. Non è né un libro sui social network, né una satira esterna delle piattaforme digitali. È un romanzo che pensa dall’interno di quell’ecosistema linguistico, ne incorpora le logiche, i riflessi difensivi, la performatività continua con personaggi che non usano la rete, ma sono già formati dalla rete. La raccolta mette in fila racconti autonomi che però si parlano tra loro. Si parte da un rifiuto sentimentale, si passa per quello sociale, si arriva a quello editoriale, con la lettera finale rivolta all’autore: ogni storia aggiunge un grado di esposizione senza catarsi e senza redenzione. Più i personaggi cercano di spiegarsi e difendersi, più si scavano la fossa.

Nel racconto d’apertura, “Il femminista”, un uomo convinto di essere un “buon maschio”, alleato delle donne, viene respinto e trasforma quella ferita in risentimento. Il linguaggio iperconsapevole e moralmente corretto, invece di costituire una risorsa, diventa una gabbia che gli impedisce di accettare il rifiuto come esperienza comune, interpretandolo come un torto personale sul filo tra il risentimento e il patetico. In “Pics”, il ghosting non è soltanto sparizione dell’altro, ma implosione interpretativa: l’assenza diventa un enigma da decifrare e una ferita da argomentare. Nei racconti centrali, tra pornografia estrema e retoriche motivazionali, l’ossessione per l’auto-ottimizzazione rivela la stessa incapacità: vivere senza uno spettatore.

La comicità è feroce (si ride spessissimo) ma non è liberatoria. Seppure Tulathimutte spinga posture morali e rigidità discorsive fino al grottesco, ciò che ne emerge è una vulnerabilità addirittura toccante. I personaggi parlano come se ogni frase fosse già sotto processo. Anticipano l’obiezione, neutralizzano la critica, si proteggono. È una lingua che non conosce il silenzio. Qui sta la tensione tragica del libro: il bisogno di essere visti coincide con la paura di essere giudicati. La rete più che la scena è proprio la grammatica. I personaggi ragionano per thread, interiorizzano il commento, trasformano l’esperienza in testo prima ancora di viverla. Il rifiuto diventa soprattutto un problema interpretativo: chi ha torto, chi è stato frainteso, chi controlla la narrazione.

L’ultimo racconto della raccolta “Re: Rifiuto” è una finta lettera di rifiuto editoriale indirizzata a “Tony”, cioè all’autore stesso. Una giuria di editori spiega perché decide di non pubblicare il libro, smonta le sue strategie, accusa l’opera di evasività e di autosabotaggio. È il punto in cui il tema del rifiuto diventa totale: non più solo sentimentale o sociale, ma letterario. Il libro mette in scena il proprio rifiuto e si espone al giudizio, portando alle estreme conseguenze la logica che ha attraversato tutti i racconti precedenti. Un altro elemento che attraversa il libro è questa posizione insieme centrale e laterale. Le storie sono immediatamente riconoscibili in qualunque bolla digitale — non so nemmeno se solo occidentale — eppure i protagonisti non occupano mai il centro rassicurante della norma. Spesso appartengono a una generazione americana con un retroterra asiatico o thai-american: sono pienamente immersi nel sistema culturale che raccontano, ma non vi coincidono del tutto. Questa leggera distanza produce uno sguardo obliquo, mai completamente integrato, capace di mostrare il centro proprio perché non vi aderisce senza scarti.

Nella postfazione l’ottimo traduttore Vincenzo Latronico propone acutamente un confronto con David Foster Wallace. Sostiene che Tulathimutte scelga casi limite della vita digitale – micronicchie tossiche, maschi rancorosi, startupper ossessionati dall’ottimizzazione, identitarismi compulsivi – non per documentarli sociologicamente, ma perché, esasperandoli, rende visibili meccanismi comuni. Come in Foster Wallace, l’ingrandimento produce una chiarezza quasi spaventosa: ciò che appare estremo è una versione amplificata di dinamiche ordinarie. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2024 con grande successo di critica per la precisione con cui registra una trasformazione del linguaggio e, attraverso di essa, del modo di stare al mondo, Rifiuto non denuncia banalmente il digitale ma ne mostra la normalità pervasiva.