2 Luglio, 2020

Un futuro non negoziabile

, . L'era del capitalismo multi planetario, , pp 172, euro 11,05 stampa

Pale Blue dot è la prima fotografia della Terra scattata a sei miliardi di chilometri di distanza dalla sonda Voyager 1. Carl Sagan ci ha scritto sopra un libro, in pratica la Terra è solo un puntino azzurro su uno sfondo scuro che fai fatica a distinguere. E forse a cogliere il punto dietro a quel punto: “Se da un lato costituisce l’antecedente della disaffezione al pianeta Terra (acosmismo), dall’altro può, forse per la prima volta, restituirci una visione d’assieme davvero complessiva dell’azione capitalistica e del nostro futuro nel cosmo”.

C’era una volta la Prima Era Spaziale, incubata nell’immaginario cromato degli anni Venti e Trenta del Novecento, messa in moto dalla lugubre Vergeltungswaffe 2 di Von Braun, culminata nel programma Apollo (1961-1975) e nella passeggiata lunare di Neil Armstrong in piena guerra fredda. La Seconda Era (1981 – 1997), quella dello Space Shuttle e della stazione sovietica Mir, mantenne un  profilo più basso, fino quasi a scomparire dai nostri radar. La nuova corsa spaziale, la terza, è quella della space economy, di Elon Musk e Jeff Bezos, delle startup di Silicon Valley (ma anche di EAU, Giappone o Israele) che competono (e collaborano in outsourcing) con  la Nasa e le altre agenzie nazionali, compresa quella cinese, finora protagoniste incontrastate della narrazione spaziale. Il Newspace è infatti  un catalizzatore di capitale e di risorse umane, sul modello della net economy, ma anche un generatore di hype che si propaga grazie a nuove ondate  di accelerazionismo e transumanisti.

Tutto, secondo , musicista, studioso e animatore della scena ufociclista italiana, a partire da MIR (Men In Red) vent’anni anni fa, inizierebbe nel 1997 con la Mars Pathfinder, la prima missione a inviare un rover teleguidato nello spazio, ma, soprattutto, a riaprire dopo vent’anni anni, la corsa verso il Pianeta rosso. E a rilanciarla in ottica low cost, per dimostrare di poter competere nel profitto. Marte infatti sta al Newspace come il Nuovo Mondo stava al Colonialismo 1.0 degli europei, è l’Eldorado e il simbolo di un capitalismo post-globale che sogna esopianeti da colonizzare, ma che, nel breve, dovrà estrarre profitti dai metalli degli asteroidi, da piattaforme lunari (un obiettivo strategico transitato tale e quale da G.W. Bush a Obama a Trump), dai servizi a terzi. La faglia del  conflitto si estende però già qui e adesso, il corpo e l’ambiente rivelano i marcatori della biopolitica spaziale che si applicherebbe già a un pianeta – la Terra, non Marte – sempre meno vivibile. Da un lato, quindi, il diritto all’autodeterminazione degli umanoidi è opposto all’adattamento e alla specializzazione tecnica della specie, dall’altro la terraformazione “introversa”, cioè rivolta verso l’atmosfera terrestre, si confronta con  l’hacking delle tecnologie dell’Antropocene.

Da notare che, secondo Cobol Pongide, attraverso la mainstream e il filone distopico, in film come Titan, Elysium o il reboot di Total Recall, si trasmetterebbe oggi la matrice di un futuro non negoziabile e di  un “realismo fantascientifico” tale solo perché validato ex ante dall’esistente. La sua possibile costruzione politica, tipica della classica (approdata, via James G. Ballard, al cinismo hardboiled dei cyberpunk), è oggi espulsa dalla fiction mainstream distopica.

Alla fine ha il grosso pregio di guardare al futuro da una prospettiva radicale, non esclusivamente “terrestre”, senza mai porre nella globalizzazione, nella natura o nella tecnologia il termine ultimo della nostra presenza nel cosmo.

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