La devastazione climatica ha distrutto il futuro, quel che resta è l’orrore, la barbarie e la morte, quest’ultima forse la condizione meno infelice di tutte. Uno scampolo di aggregazione umana, che civiltà non si può proprio definire, resiste fra le mura di un vecchio monastero dov’è sorta una religione febbrile e allucinata, fatta di un linguaggio autoreferenziale e a malapena comprensibile, regole costruite intorno alla mortificazione del corpo e della psiche e rituali basati sull’uccisione e sulla mutilazione. Un’adepta senza nome, che pure aspirerebbe a scalare la gerarchia di questo terrificante gruppo di sopravvissuti, compie un atto di resistenza senza speranza tenendo un diario che scrive di nascosto, quando può e con i mezzi che trova, attività che con tutta probabilità le costerebbe la vita se venisse scoperta ma che al tempo stesso sembra permetterle di ricordare qualcosa del mondo per com’era prima.
Se la distopia viene percepita solitamente come una filiazione o per meglio dire un sottogenere della fantascienza, Le indegne di Agustina Bazterrica vira più verso l’horror con un’ambientazione claustrofobica e senza una via d’uscita credibile che per certi aspetti ricorda il nichilismo di The Road, di McCarthy, a cui è forse accomunabile proprio nella misura in cui ambedue i romanzi sono ambientati in una situazione di desertificazione quasi totale, che rispondono alla domanda sul cosa ci possa essere dopo la caduta con un responso che ha poco o nulla di confortante. Sempre rimanendo nella sfera dei rimandi reciproci della letteratura contemporanea, è interessante rilevare come Le indegne abbia più di un punto di contatto con Polpa (Neo Edizioni), di Flor Canosa, scrittrice argentina proprio come Bazterrica che racconta la biopolitica nella forma di un romanzo distopico in cui la mortificazione del corpo, in particolar modo di quello femminile, diventa strumento di potere. La divergenza fra i due romanzi, che ne rende il confronto interessante, avviene quando in Polpa lo strazio della carne diventa un ariete per sfondare un muro di oppressione basato sull’ottundimento dei sensi mentre in Le indegne è proprio la mutilazione degli organi deputati alla percezione uno degli strumenti che il potere ha per perpetuare sé stesso attraverso i propri codici e i propri rituali. Le scelte delle due autrici si allontanano, non a caso, di fronte a uno dei nodi tematici intorno a cui i loro romanzi si costruiscono e che li rendono attuali: la pervasività del potere, la capillarità del controllo e il corpo come strumento intorno a cui costruire la politica, nel bene e nel male. Così come non è un caso se le due autrici vengono da un paese, l’Argentina, che ha vissuto una delle dittature più feroci del ventesimo secolo.
La scelta di Bazterrica, nel discorso sul potere comune alle due autrici, è quella di analizzare gli elementi costitutivi del potere posizionandosi dopo il collasso di una società strutturata propriamente detta, a cavallo di una dialettica fra la barbarie da un lato del muro e l’oppressione più malata e radicale dall’altra, due poli opposti del grado zero dell’uomo come animale politico, vestigia degli atteggiamenti che ne hanno caratterizzato la Storia qui cristallizzati in una coazione a ripetere che sembra mangiarsi ogni possibilità di futuro. Quella di Bazterrica è una risposta semplice, cruda e agghiacciante nella sua lucidità perché dalle rovine della struttura e della sovrastruttura in cui pensava di poter vivere per sempre l’uomo non può che ricavare una parodia distorta di una versione semplificata della realtà che, come specie, ha sempre conosciuto. In tal senso anche la conservazione di una forma abbozzata di sapere in un manoscritto all’interno di un monastero è, come già è successo in passato, un atto di speranza che implica la fede in un domani solo che, in un futuro in cui il mondo è compromesso fino in fondo e forse sempre meno adatto a ospitare la vita umana, assuma una sfumatura tragica che attraversa le pagine dell’intero romanzo.


