Alessandro Carlini / Gli uomini preferiscono le tenebre

Alessandro Carlini, Il nome del male, Newton Compton, pp. 352, euro 12,00 stampa, euro 4,99 epub

Nelle prime pagine di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana Gadda dipinge, con implacabile senso del ritmo (e dello humor), la Roma del Ventennio fascista e il commissario molisano che la solca a fatica, don Ciccio Ingravallo. Il nuovo romanzo di Alessandro Carlini ci consente di operare due sostituzioni essenziali, in un plot che consapevolmente riecheggia il capolavoro dell’Ingegnere: non Roma, ma Ferrara; non Ingravallo, ma il sostituto procuratore Aldo Marano, già protagonista de Gli sciacalli (che ha riscosso un eccellente successo di pubblico). Tuttavia, Marano non è semplicemente una figura letteraria: Carlini ne modella lo stampo sul magistrato Antonio Buono che redasse un memoriale dattiloscritto, risalente al biennio 1945-47, nel quale sono raccontate le indagini concernenti la “banda della 1100” e altri fatti di cronaca.

Nell’arco temporale che va dal maggio del ’44 al novembre del ’46 si sviluppa la vicenda de Il nome del male che vede al centro dell’interesse la brutale scomparsa della contessa Gherardini Franchi, dentro la buia atmosfera della Repubblica di Salò e dei suoi postumi esiziali. Tra forze dell’ordine corrotte e domestici sospetti s’incrociano due casi (ecco ancora Gadda): cattivi e buoni mescolano le carte, mentre l’attenzione dell’autore s’inquadra in una serrata analisi dei meccanismi del male – vero, innominabile protagonista del testo –, fino ad arrivare a notazioni lirico-metafisiche di grande suggestione. “Non si può vedere in tutto il suo splendore. Con l’oscuramento, poi, anche le finestre sono state chiuse e non si scorge una luce nelle tante stanze, nemmeno la scalinata monumentale all’ingresso della villa di fine Ottocento. Non bisogna attirare i falchi notturni alleati su quella bellezza architettonica nelle campagne del Ferrarese. Dentro villa Franchi, però, c’è vita”.

I capitoli del romanzo sono agili e Carlini gioca – con una certa abilità – sui rimandi di una ricostruzione frammentaria, sulla ctonia danza macabra che nella sua rigida ripetitività (“Vince il male… La ruota non s’arresta”, diceva Montale), nello svelarsi dei suoi ingranaggi, in realtà non fa altro che tradire l’esigenza del bene, la piena vittoria a livello transtorico.

Un occhio di riguardo è ovviamente riservato alla tortuosa psicologia di Marano, molto più vicino a un Maigret che a uno Sherlock Holmes. Sciascia ravvisava nella “grazia” (nell’improvvisa illuminazione) il metodo di Maigret: e il giudice non sembra agire così diversamente. Per comprendere la realtà gli capita di consultare Dostoevskij. “Meno male che esistono i libri. Altra carta, ma carta buona. L’insonnia e la sospensione dalla magistratura da poco arrivata lo obbligano, per così dire, a passare alcune delle ore notturne sui libri. Di recente si è concentrato sui russi, Dostoevskij e Tolstoj. Deve cercare nella finzione le risposte che la realtà non può dargli. Anche se il più delle volte sono nuovi interrogativi. Almeno così la mente si apre e può pensare all’impensabile, andare oltre l’apparenza e i propri pregiudizi. I libri gli danno sicurezza, sono quei documenti che gliela tolgono. Sono dei volumi con fogli mancanti, quelli finiti bruciati nei roghi degli archivi giudiziari”.

La tremebonda società del tempo, nella quale “il mondo del malaffare non conosce ideologie, anzi, le abbraccia tutte”, e la calma rassegnazione di Marano, investito dalla bufera della storia e dalla “tendenza all’autodistruzione”, lasciano pensare a un altro interessante modello, lo sceriffo Ed Tom Bell di Non è un paese per vecchi.  Ma là dove sembra mancare la luce, c’è ancora spazio per la sempiterna dicotomia giovannea, com’è scritto nell’epigrafe d’apertura al quinto capitolo della prima parte: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere”.

 

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