Aliyeh Ataei / Abitare la frontiera

Aliyeh Ataei, Ciechi al rosso, tr. di Giacomo Longhi Alberti e Harir Sherkat, Utopia, pp. 136, euro18,00 stampa

Nascere al confine fra due Paesi significa portarsi dentro una lacerazione insanabile, soprattutto se questi si chiamano Iran e Afghanistan, terre martoriate da continui conflitti che non conoscono la pace. “La guerra ci insegue… ci troverà ovunque”, afferma il padre della protagonista del nuovo libro di Aliyeh Ataei, scrittrice, giornalista e sostenitrice dei diritti delle donne, dal titolo Ciechi al rosso. Uno strano senso di colpa si instaura nell’anima di chi è costretto a fuggire di continuo dalla guerra; si arriva a pensare di trascinarsela dietro dappertutto, come una condanna. Il migrante perde a una a una le sue povere cose, e assieme ad esse ogni possibilità di sicurezza. Se gli dicono che la guerra è finita, prova a tornare, scontrandosi con un desolante senso di estraneità. Tutto è distrutto, e la ricostruzione è una chimera. I conflitti portano via la capacità di sognare, mortificano l’immaginazione. Per un bambino vedere i corpi squartati nel lavatoio funebre rappresenta un trauma senza ritorno. Lasciare la propria casa per un altro luogo significa subire uno sradicamento al quale non c’è rimedio.

Il tempo stesso assume un ritmo diverso: chi va via vi resta intrappolato dentro. Giocare con la morte, come accade al bambino che cattura gli scorpioni, diviene metafora di un’intera realtà basata sulla lotta. Solo l’amore può sovvertire tali equazioni funeste, anche se la morte violenta è sempre in agguato, pronta a infrangere ogni speranza. In Afghanistan gli scenari mutano, dal ritiro dei russi all’avvento dei talebani, ma sfuggire alla violenza è impossibile. Il rancore si annida nelle ossa sgretolandole dall’interno.

Ataei intesse un libro fatto di mutilazioni, dalla mano di Foad, usa a vergare poetiche lettere d’amore e strappata via da un nemico invisibile in segno di odio, alla lingua della zia dedita a insegnare l’inglese ai bambini, mozzata da fanatici estremisti ostili a ogni forma di emancipazione.  Un peculiare senso di relatività invade le vite di chi abita la frontiera. L’identità stessa ne esce minata. L’uomo ha bisogno di appartenere a un luogo; la vita in bilico fra due mondi, alla lunga, si rivela impossibile.

Dopo il sorprendente Ventre sepolto, del quale abbiamo avuto occasione di parlare su queste pagine, Aliyeh Ataei aggiunge un nuovo tassello alla sua personale odissea dello sradicamento. Rispetto al libro precedente, attraversato da un ininterrotto flusso di coscienza e percorso da una pluralità di voci, questo appare meno sperimentale dal punto di vista stilistico, comunque pregnante nell’indagare il tragico fenomeno delle migrazioni. Il titolo Ciechi al rosso, apparentemente enigmatico, è un atto d’accusa rivolto a chi chiude gli occhi di fronte all’inarrestabile spargimento di sangue. Un monito per un’umanità distratta, dedita al perseguimento degli interessi materiali e insensibile di fronte alle sofferenze dell’uomo.