Amélie Nothomb / Storia non immaginaria del padre

Amélie Nothomb, Primo sangue, tr. Federica Di Lella, Voland, pp. 118, euro 16,00 stampa, euro 8,49 epub

Patrick Nothomb, diplomatico: dopo essere scampato al plotone d’esecuzione, nasce Amélie, la scrittrice sua figlia che dall’Igiene dell’assassino – Albin Michel 1992 in Francia e Voland 2001 in Italia) – a oggi ha pubblicato una trentina di libri, ogni anno con cadenza regolare, raccogliendo sempre gran successo di pubblico e critica, con messe d’importanti premi letterari in patria e all’estero. La storia è nota, la realtà disegnata da Amélie arricchisce di particolari il mondo intorno a sé: un programma mai risultato cagionevole di cadute stilistiche o storie indifferenti a grazia e supplizi. Il lettore si affida e fida, sa che i racconti s’avventureranno sempre irti, strani e fitti di materiale classico a cui le stravaganze fanno, in un certo senso, un baffo. Gli ardimenti onnivori nei fruttuosi decenni si sono singolarmente misurati con precarietà, morti, amori e liaison e scatenata mitologia di sentimenti. Con conseguenze del tutto prive di effetti speciali e virtualità poiché la psicologia umana è già tutta contenuta nelle vastità mentali dell’autrice.

In Primo sangue non ci sono mentite spoglie, la biografia del padre affonda nei paesaggi reali e conturbanti dell’infanzia, al cospetto di parenti misteriosi che sembrano vivere un tempo a parte nel castello delle Ardenne. Bambini messi alla fame da certe “modalità” familiari, eccitazioni di Patrick Nothomb condotto forzatamente in vacanze estive inattese e imprevedibili. Un nonno dittatore che scrive poesie inaccettabili, un tornado di fanciulli selvaggi da cui guardarsi, ma da osservare con attenzione per trarne materia utile alla crescita. Sbattuto a destra e manca, estate dopo estate, l’avanzata verso la maturità viene nutrita da tozzi di pane secco ma anche di affetti contagiosi e uno smilzo libretto donato in occasione delle feste natalizie, su cui c’è scritto: Arthur Rimbaud – Poesie. Sempre nelle Ardenne, dunque.

La vita del padre di Amélie prosegue nel tempo dilatato del romanzo, a ogni pagina la scrittrice sposta il centro toccando tutti i livelli che l’esistenza di un uomo riesce a raggiungere anno dopo anno. Dalla fame patita nel castello familiare alla missione in Congo – dove rischia l’uccisione durante le trattative per salvare dai ribelli (era il 1964) gli ostaggi e se stesso – c’è un mondo di mirabilia da vedere in questo terso omaggio al padre. Poco più di cento pagine per delineare vicende e visioni di un uomo alla ricerca di varchi utili a comprendere il mondo e i suoi abitanti, dove cose ignote e addobbi sembrano fare da padroni al limite del naufragio. Ma ciò che appare contrario si trasforma in benefici inattesi, talvolta persino in buone maniere in grado di diluire le brutalità. In tutto questo la scrittura di Nothomb ritrova qualità filmiche e risorsa indagatrice di ogni singolarità psichica, il cui fascino ancora una volta vagabonda fra noi.

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