9 Maggio, 2021

Ami il lavoro ma lui non ama te. Il lavorismo molesto secondo Sarah Jaffe

In un saggio dal titolo già proverbiale, Sarah Jaffe indaga l'infelicità che nasce dal lavoro subalterno in un'economia neo liberale: da quello di cura a quello femminile domestico, dai raider di Amazon a commessi e pulitori esclusi dallo smart working di comunicatori e media slaves, non meno precari e frustrati.

Un saggio dal titolo anti-lavorista folgorante, diventato rapidamente anche un modo di dire,  che mantiene quanto promette: Work Won’t Love You Back: How Devotion to Our Jobs Keeps Us Exploited, Exhausted and Alone (  C Hurst & Co Publishers Ltd, 2021  ). Il lavoro non ripaga in termini emotivi e la nostra adorazione del falso idolo lavorista ci tiene in una condizione di sfruttamento, esaustione e isolamento. E quel “noi” siamo noi precarie e precari in tutti i settori essenziali dell’economia, prima, durante e dopo la pandemia.

Sarah Jaffe ha scritto uno studio travolgente che combina le tecniche di storia orale e inchiesta sociale di Studs Terkel (Working: People Talk About What They Do All Day and How They Feel About What They Do, 1974) e Barbara Ehrenreich (Nickel and Dimed: On (Not) Getting By in America, 1996) con un’esposizione panoramica della sociologia marxista e femminista del lavoro precario, affettivo, cognitivo. Con uno stile accattivante e conversazionale, l’autrice riesce a intessere le storie concrete di vite al lavoro, con riferimenti che spaziano dai  Grundrisse ai Quaderni del carcere, da E.P. Thompson a Silvia Federici, passando per Selma James, Mark Fisher, bell hooks, Guy Standing, Boltanski e Chiappello, e tantə altrə che scoprirete grazie al libro.  Sarah Jaffe è una giornalista indipendente del Type Media Center che si occupa delle meccaniche del potere, dal posto di lavoro alle strade. Editorialista del The Progressive and New Labour Forum, conduce con  Michelle Chen,  il podcast “Belabored” della rivista Dissent. Ha pubblicato su The New York Times, The Nation, The Guardian, Washington Post, The New Republic, The Atlantic e altre pubblicazioni.

La struttura dell’esposizione funziona così: si introducono una donna o un uomo, di un gender qualsivoglia, e le sue aspettative malamente tradite al lavoro, da cui spesso si viene espulsi senza tante cerimonie. Lo sfruttamento neoliberale si basa su una forma di perniciosa persuasione che porta gli individui a investire la propria realizzazione di sé nel lavoro, mortificandosi con carichi di lavoro senza fine, sempre con un occhio sullo smartphone per la prossima comunicazione su un compito di lavoro, mentre il telelavoro pandemico distrugge ogni distinzione fra attività e tempo libero. Ci pagano poco e ci trattano male, eppure noi amiamo il lavoro. E’ il caso di abbandonare questa relazione tossica e organizzarci sulla base di relazioni solidali, che esse sì possono dare senso alla vita e realizzare le nostre multiformi capacità. Questo è in sostanza il messaggio del libro.

All’indomani della sconfitta di Bessemer, Alabama, dove il sindacato non è riuscito a raccogliere la maggioranza dei consensi nel più grande magazzino di Amazon nel sud degli Stati Uniti, il saggio si può leggere anche come manuale di autorganizzazione sindacale dentro e fuori i luoghi di lavoro, quel community organizing che crea un circolo virtuoso fra lotte urbane e conflitti sindacali, che si ritrova nei rudi testi di strategia conflittuale di Jane McAlevey. Wal-Mart, Amazon, McDonald’s, i più grandi datori di lavoro americani restano bastioni non sindacalizzate, dove la forza lavoro può essere intimidita, sorvegliata, molestata, sempre spremuta e stressata. E la promessa dei 15 dollari l’ora non è ancora stata mantenuta da Biden. Pesa anche la battuta d’arresto in California dei fautori e delle fautrici dei diritti di rider e driver, dove la Proposition 22 finanziata da Uber e Lyft è passata nel novembre 2020, abolendo la regolamentazione appena introdotta dallo stato che li considerava employees e non lavoratori autonomi.

Il primo tipo di lavoro che il libro affronta è il lavoro di cura, cui vengono dedicati ben tre capitoli, a riprova della sua centralità sociale, messa in evidenza drammatica dalle ripercussioni di DAD e lavoro in remoto durante la pandemia. Il primo luogo dello scambio ineguale fra dedizione emotiva e sfruttamento è la famiglia. Il lavoro prevalentemente femminile nella riproduzione sociale della famiglia nucleare sorge da un ricatto affettivo a cui nessuna donna, anche se lavoratrice, riesce a sottrarsi. Anzi, gli imperativi neoliberali che saturano il tempo di vita con il lavoro sono anche l’unico mezzo di emancipazione femminile dal patriarcalismo, per cui le donne devono affrontare il doppio stress di una posizione lavorativa in un mondo del lavoro ostile alle necessità femminili combinata al permanere di un ruolo materno e domestico che le aspettative sociali continuano a disegnare in modo parossistico e totalizzante.

Segue il lavoro domestico e non di homeworkers e cleaners, esplorato undercover da Ms Ehreinrench, che in incognito visse gli affronti alla dignità e le dure privazioni di una persona che combina lavori di pulizia e fast food pagati a salario minimo e non riesce a sopravvivere nell’America degli anni ‘90. Il mondo del retail è un altro aspetto dell’input affettivo che ci si aspetta oggi dai dipendenti cui si richiede di essere sempre sorridenti nel gestire i capricciosi clienti all’interno nelle catene commerciali che avviluppano il globo. C’è qui il caso di una commessa di Toys R Us, la cui generosa devozione a bambini e genitori le aveva consentito una modesta carriera e una alquanto stressata (no holidays) esistenza piccolo-borghese, messa poi sul lastrico quando i grandi magazzini di giocattoli sono stati spolpati vivi dal private fund di turno. Il caso della gig economy poi è ancora più paradossale: si richiede a riders, drivers, shoppers puntualità e servizievole adattamento, indossando i loghi del brand, ma non gli si concede neanche di essere dipendenti con relative (poche) tutele. Da questo punto di vista, il successo del recente riders’ strike italiano che ha portato alla sconfitta di Uber e Deliveroo, segna una tendenza possibile in Europa di resistenza all’arbitrio del capitalismo digitale.

Il neoliberismo richiede disponibilità, flessibilità, commitment totali, a volte senza neppure erogare salario, come è il caso degli entusiasti stagisti (o aspiranti artisti) umiliati senza pietà a costo zero, ben ritratti in un’eccezionale auto-inchiesta, Intern Nation: How to Earn Nothing and Learn Little in the Brave New Economy di Ross Perlin (2011). Man mano che dal precariato si passa al cognitariato lungo la scala delle qualifiche e dei settori, si osserva come entusiasmo e creatività al lavoro siano una sorta di prerequisito emotivo per operare nella ricerca e nella comunicazione, malgrado il precariato imperi sia nell’accademia sia nei media. Le/i depressi sono inservibili, i critici nichilisti sospetti, gli anticonformisti pericolosi sovversivi. Per i settori digitali e techie che caratterizzano l’oligopolismo contemporaneo, l’autrice conia l’efficacissimo termine di playlabor, una parola fisarmonica che mostra come per ingegneri e programmatrici l’approccio che si richiede è quello spensierato del gaming: non siamo qui a spremerci le meningi e sprecare vita, ma a giocare al futuro del mondo.

La conclusione di Sarah Jaffe è che dobbiamo smettere di confondere il bisogno emotivo di fare cose insieme agli altri con le necessità del datore di lavoro. Dedicare, mente e corpo al Capitale è la ricetta sicura per appassire e scomparire, per trascurare i figli e chi amiamo. Quello che dobbiamo costruire sono reti di solidarietà e organizzazioni efficaci di conflitto che ci portino verso la società più eco e più equa che ci avevano venduto un anno fa come solo rimedio al capitalismo pandemico. Il neoliberismo in effetti non si riprenderà dal virus e un nuovo interventismo statale è evidente ovunque dall’America alla Cina dopo quarant’anni di laissez faire. Ma le disuguaglianze economiche e sociali sono esplose: cassiere e corrieri si ammalano di Covid nell’indifferenza generale, dato che nessuno pensa a vaccinarli. E’ tempo di un nuovo sindacalismo — sociale, intersezionale, radicale, sovversivo — che redistribuisca alla classe precaria il maltolto della depredazione neoliberista di quartieri, ambienti, territori. Se c’è vita oltre le burocrazie sindacali ancora dominate dai boomer sia in America sia in Europa, allora Work Won’t Love You Back è il testo formativo di una nuova generazione di agitatori e agitatrici sindacali.