Nei testi dedicati alla “classe” della collana Quanti di Einaudi, più che il ritorno di una parola rimossa colpisce il modo incerto, quasi depresso, in cui questa parola ricompare. Non c’è un soggetto collettivo sulla scena, né una nuova teoria forte della trasformazione sociale. C’è la registrazione di una mancanza: le disuguaglianze continuano a pesare sulle vite, sugli accessi, sulla cultura, sul lavoro, ma non esiste una classe nelle forme storiche e politiche che l’avevano resa riconoscibile come prassi nel Novecento. È un dato che attraversa pressoché tutti i libretti della serie: Denise Celentano insiste sulla difficoltà di parlare ancora di classe senza separarla da genere, razza, riconoscimento; Davide Piacenza mostra come il campo culturale riproduca, spesso sotto il nome dell’inclusione, antiche e nuove forme di selezione sociale.
In questo quadro Andrea Muni, in «Noi» non è un mezzo. Lotta di classe e godimento, prova a riaprire il discorso sulla classe come ciò che resta: una ferita nei corpi sfruttati, nella vergogna, nell’invidia, nella stanchezza, nella solitudine competitiva prodotta dal neoliberalismo. Il piccolo libro alterna autobiografia e teoria. Da un lato il diario del lavoro stagionale a Lignano, la spiaggia, i turni, i capetti, l’alcol, la fatica, il risentimento verso chi può permettersi una vita altrove. Dall’altro, Marx, Foucault, Bataille, Pasolini, Freud, Reich, Althusser, Negri, l’operaismo… Ma le due parti non sempre si saldano. Il diario, pur attraversato da scene forti, resta a tratti scarno; la teoria tende invece ad affastellarsi, come se la quantità dei riferimenti dovesse supplire all’impossibilità di trovare davvero l’oggetto. Più che un difetto, sembra il sintomo del problema: il bandolo non si trova perché non si trova l’oggetto stesso, la classe. O meglio, la si trova solo come resto, come desiderio di ricomposizione.
Il punto più interessante è il tentativo di spostare la classe dal terreno della rivendicazione a quello del godimento. Muni cerca un “noi” non come mezzo per ottenere qualcosa, ma come fine in sé: mangiare, bere, ridere, scioperare, perdere tempo insieme. Da qui il ricorso a Bataille e alla dépense, allo spreco improduttivo contro l’utile, la prestazione, l’autosfruttamento. Ma, mi pare, la dépense batailleana appartenesse a un mondo in cui lo spreco poteva ancora apparire come rottura di un ordine disciplinare e produttivo. In una società che ha già incorporato trasgressione, godimento e autodistruzione, la perdita non è più automaticamente liberatoria. Può essere festa e sciopero, ma anche cattura, malinconia, sacrificio mortifero. Forse la scena più rivelatrice è quella del cadavere spiaggiato al mare dove il protagonista lavora. Muni non ride del morto, ma della frase grottesca dell’ufficiale che registra l’arrivo del corpo come un evento previsto. Tuttavia quel riso è solitario, quasi imbarazzato; di fatto non è la gioia del “noi”.
Se l’originalità del testo di Muni sta nell’avere riattivato la dépense come chiave politica del presente, Gaza ne diventa il punto di verifica più interessante, ma anche il più esposto. Muni ne parla in relazione al molto particpato sciopero generale del 3 ottobre 2025 come di uno “sciopero della verità”: interrompere la normalità produttiva per smascherare l’ipocrisia occidentale. Ma i palestinesi non entrano come soggetto politico autonomo, con rappresentanze, fratture, strategie. Di fatto Gaza serve qui soprattutto a far parlare noi: il rischio è che l’altro resti materia grezza per un esercizio etico-identitario occidentale. Eppure l’approccio di Muni si rivela fecondo proprio se portato fino al suo punto cieco. Se la dépense serve a pensare sciopero, perdita e godimento comune, bisogna allora pensarne anche il rovescio tragico. Il 7 ottobre e la successiva distruzione di Gaza, senza essere sovrapposti né resi equivalenti, obbligano a chiedersi che cosa accade quando la perdita non produce un noi, ma morte, vendetta, esposizione sacrificale dei corpi. Non ogni perdita apre al comune; alcune lo disperdono in catastrofe. La dépense non è solo liberazione: può rovesciarsi in sacrificio, distruzione, godimento politico della rovina.


