Mentre fa il suo ingresso – più o meno consapevolmente, ma certamente con pochi appigli analitici e con ancora meno gioia, o desiderio di emancipazione – in un ambiente postumano, il nostro immaginario culturale e politico è costantemente attraversato e nutrito da molte paure, tra le quali spicca, negli ultimi anni, la possibilità della singolarità tecnologica che ci attenderebbe dietro l’angolo della fioritura delle intelligenze artificiali. In altre parole, e per semplificare di molto il dibattito: le macchine domineranno l’uomo? Per ora ne sono, almeno in parte, dominate – sembrano rispondere Andrew Goodman e il gruppo Ippolita, proseguendo nel loro lavoro fuori dal coro anche con questo recente volume collaborativo.
Non si tratta, ovviamente, di un dominio umano basato sul controllo, se la relazione si instaura con quegli algoritmi che del controllo sono a tutt’oggi i dispositivi maggiormente perfezionati, capaci di operare secondo modalità che in ultima analisi sfuggono all’apprensione umana, anche specialistica. Come facilmente evidenziato dalla forte – per quanto non esclusiva – componente statistica dei large language models utilizzati dalle intelligenze artificiali, si è piuttosto di fronte a una colonizzazione discorsiva delle macchine, capace di rendere ancora più solida, nell’ambito di un’economia capitalista neoliberista, una posizione egemone che è variamente bianca, patriarcale, binaria, abilista, specista, etc. A partire da questa piattaforma comune – in realtà, Andrew Goodman e Ippolita enfatizzano talora l’importanza della whiteness/bianchezza, talora quella del patriarcato, secondo la geometria variabile del pensiero intersezionale post-marxista, ma senza addivenire ad un vero contrasto teorico di fondo – appare allora necessario mettere in discussione quel che comporta la definizione di “intelligenza” nel dibattito sull’intelligenza artificiale, specie se rapportata al paradigma neuroconvergente.
Come scrive Goodman – attingendo anche all’opera di Brian Massumi, decano dell’Affect Theory, virata in chiave transindividuale, e in particolare alle 99 Theses on the Revaluation of Value (2018), volume ancora non tradotto in italiano – la distinzione tra intelligenza e coscienza è ancora importante, poiché «[l’] intelligenza è ciò che gli Stati possono misurare, attribuire e togliere, rappresenta ciò che può essere monetizzato e diventare lavoro in economie “intelligenti”», mentre la coscienza risiederebbe in «quell’eccesso transindividuale […] che rimane non catturabile all’interno della valutazione capitalistica». Anche qui, restano possibili distinguo teorici e politici di rilievo, per esempio sulla filosofia del transindividuale, ma quel che preme sottolineare è che Goodman si inserisce in questa scia proponendo un modello antagonista di coscienza collettiva e sociale che può agire anche entro i modelli matematici come SOC (Self-Organized Criticality, o “criticità auto-organizzate”) e, per questo tramite legittimare, «strategie di resistenza» come «la neurodivergenza, la socialità nera, il fallimento queer» – con particolare riferimento all’Arte queer del fallimento (Minimum Fax, 2022) di Jack Halberstam – e, in una parola, «l’incomputabilità».
Si tratta, fra l’altro, di uno dei pochi passaggi “tecnici” di un libro che si costituisce come un dialogo con un articolo scientifico di Goodman, qui tradotto («The Secret Life of Algorithms», pubblicato sulla rivista “Transformations” nel 2020), ma che evita ogni sofisticazione, proponendosi innanzitutto come una necessaria rielaborazione del pensiero e delle pratiche intersezionali di questi anni nel contesto postumano attraversato anche dalle intelligenze artificiali. È la stessa piattaforma di un’altra recente pubblicazione del gruppo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (Agenzia X, 2024), importante collazione di testi già pubblicati dal collettivo, integrati e organizzati secondo una prospettiva che fa dell’hacking una pratica non limitata all’acquisizione di conoscenza tecnologica e competenze tecniche, ma un paradigma teorico-pratico generale. Allo stesso modo, le strategie di resistenza (qui soprattutto neurodivergenti e queer, ma senza disdegnare le altre opzioni a disposizione di pensieri e pratiche intersezionali) delineate in questo volume possono ad esempio mostrare come il DSM – ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, implementato dall’American Psychiatric Association e utilizzato, a volte in modo eccessivamente semplicistico, anche altrove – sia esso stesso un dispositivo di controllo dalla natura statistica e algoritmica che individua e neuro-patologizza.
«Siamo noi che diventiamo simili alle macchine e non viceversa», scrive Ippolita, secondo un salutare rovesciamento di paradigma rispetto alle tendenze apocalittiche generalmente diffuse a proposito delle intelligenze artificiali: non si tratta di un semplice capovolgimento di segno, che porterebbe con sé una rischiosa accettazione dello status quo, bensì dell’individuazione di tale livello (inevitabilmente esorcistico) di accettazione anche al fondo delle paure che, queste sì, ci dominano, e della ricerca di strategie di resistenza divergenti e impensate.
Che l‘esito sia più una “vita analgoritmica” come quella delineata da Goodman o più un principio di “solidarietà con le macchine”, nel loro essere a propria volta colonizzate, come si legge tra le righe degli interventi di Ippolita, poco importa – importa di più far ripartire, anche in un contesto postumano, gioiose lotte neurodivergenti, queer e, in una parola, intersezionali di emancipazione.


