“Ascolta il colibrì, le cui ali non puoi vedere. Ascolta il colibrì, non ascoltare me”.
Con questi ultimi versi Leonard Cohen (1934-2016) si congedò dal mondo nello stile perfetto del monaco zen secondo la scuola Rinzai che era stato in una fase del suo percorso spirituale, tortuoso eppure splendidamente coerente, di ebreo praticante, innamorato di Gesù Cristo, della Vergine Maria e del cattolicesimo, e illuminato dall’Advaita Vedanta come dalla Kabbalah. Leonard Cohen, fra le molte cose, è stato anche una rockstar ma, pur mai insignito (fortunatamente…) di un Nobel per la letteratura come il collega Bob Dylan, molto più di lui era una figura letteraria classica, capace di esercitare una versificazione pressoché perfetta come è evidente nelle sue canzoni. Autore di due notevoli romanzi (The Favourite Game del 1963 e Beautiful Losers del 1966, tradotti in italiano da Longanesi, Rizzoli e Minimum Fax), di vari racconti (A Ballet of Lepers, tradotto da Bompiani e da noi recensito qui) e di undici raccolte di poesie pubblicate fra il 1956, l’esordio di Let Us Compare Mythologies, e il 2018, la postuma The Flame. A quest’opera già ragguardevole si aggiungono i 14 Lp di canzoni usciti fra il 1967 e il 2016, più quello postumo curato e prodotto dal figlio Adam nel 2019, che hanno garantito al canadese errante, nativo di Montreal nel Quebec e quindi bilingue anglo-francese, un posto d’onore (cento piani sotto Hank Williams, come canta ironicamente…) nella Tower of Song, a fianco di folk-singers come Dylan o Johnny Cash, di chansonnier come Brel o Brassens, e di crooner come Frank Sinatra o Serge Gainsbourg. Le sue radici musicali sono complesse e stratificate quanto quelle poetiche e spaziano dal rythm’n’blues di Ray Charles al flamenco (il suo stile chitarristico e le corde di nylon delle sue chitarre sono assolutamente spagnole…), dal violino kletzmer del folklore ashkenazita degli chassidim, al bouzouki del rebetiko greco (per decenni ha fatto il pendolare fra l’America e l’isola di Hydra a sud del Peloponneso dove aveva una casa), e conferiscono al suo stile un sapore unico e inimitabile: il ritmo binario dispari tipico del tempo di walzer, le melodie – celestiali o ctonie – jump and skip apparentemente semplici, il contrappunto di voci femminili sovrapposte al baritono chiaro del solista nei primi dischi, scivolato poi di ottava in ottava in basso-baritono e divenuto negli ultimi (smettendo di fumare, all’opposto di quanto si crederebbe) un basso profondo talvolta vicino al growl di certo Metal. Cohen a 70 anni, dopo una lunga interruzione che sembrava un ritiro, aveva ripreso i tour internazionali, e accompagnato da una band eccelsa di dieci elementi ha proseguito a pieno ritmo per 5 anni; e non il solito concertino di un’ora e mezza risicata, come spesso fanno i professionisti del palcoscenico, ma – nonostante l’età avanzata – sempre tre ore abbondanti: chi scrive ha avuto la fortuna di vederlo tre volte, tra il 2009 e il 2013, durante quei tour (oltre una quarta volta, in un tour precedente negli anni ’80) e può assicurare con cognizione di causa che i suoi show non erano semplici show ma vere e proprie celebrazioni mistiche in cui Cohen come un gran sacerdote, un santo col microfono, un rabbino visitato dagli angeli, sapeva rivolgersi al suo pubblico quasi volesse guarire un unico cuore spezzato: non era strano ritrovarsi con le lacrime agli occhi ad ascoltare l’ultima canzone dell’ultimo bis (spesso una cover di Save the Last Dance for Me dei The Drifters oppure Whither Thou Goest ispirata all’espressione biblica del Libro di Ruth) con il quale salutava gli ascoltatori e talvolta si inginocchiava di fronte a loro e ai suoi musicisti, poi li benediceva: “Tornate a casa, amici, non prendete freddo, guidate con prudenza; e se dovete cadere che sia dalla parte della fortuna; che possiate essere felici circondati dalle vostre famiglie e dai vostri cari, ma se tale non è il vostro destino che questa benedizione possa accompagnarvi anche nella vostra solitudine. Grazie del vostro calore e della vostra accoglienza. Buona notte, che Dio vi benedica e vi protegga, amici”. Era la sua versione del Birkat Kohanim, la benedizione sacerdotale ebraica.
Molte biografie, già quando era ancora in vita, hanno cercato di raccontare la storia di questo “straccivendolo del cuore” come spesso si definiva, di questo mistico donnaiolo, sempre pronto a seguire gli angeli, purché di sesso femminile. Fra tutte si distingue Leonard Cohen: L’uomo che ha visto cadere gli angeli appena pubblicata da Minimum Fax (trad. Chiara Veltri, pp. 583, euro 26.00 stampa), opera di un accademico francese Christophe Lebold, anglista laureato con una tesi su Beautiful Losers, che, professore all’Università di Strasburgo, tiene regolarmente corsi sull’opera di Cohen. Lebold, che ha conosciuto Cohen personalmente ed è stato suo ospite, quando già era ammalato, nella sua modesta ma confortevole casa di Los Angeles, più che raccontare interpreta, va oltre i fatti e, in uno stile appassionante e colto, ricco di riferimenti culturali profondi ma tutt’altro che pedante o professorale, riesce a tracciare un ritratto dell’artista dietro la maschera: non solo l’”intrigante personaggio mediatico, per metà Don Giovanni malinconico, per metà ebreo errante e agente provocatore”, ma il suo doppio, poeta depresso e buffone, casanova perdente, maestro spirituale e cercatore disperato, credente e scettico radicale. Segue insomma il consiglio dato dallo stesso Leonard al suo primo biografo, Ira Nadel, “Non permettere ai fatti di intralciare la verità”.
La tesi di Lebold è precisa: Cohen è il poeta della caduta, della valanga (“I stepped into an avalanche, it covered up my soul”), il profeta della gravità, perché “La gravità guarisce. Da qui la missione del poeta: essere il profeta e il pedagogo della gravità, scrivere ‘manuali per convivere con la sconfitta’ che aiutino a individuare dentro di noi un centro di gravità che santificherà la nostra vita. Per farlo esiste forse un veicolo migliore delle canzoni pop di quattro minuti? […] Quindi una canzone può portare alla redenzione. Come fa? È un processo semplice: la melodia ci mette in collegamento con le nostre emozioni, permettendoci di apprezzare anche quelle tristi. La voce del cantante ci parla direttamente e dissolve la nostra solitudine. Il testo dice in tre o quattro minuti tutto quello che c’è da dire: viviamo, amiamo, bruciamo, moriamo […] le canzoni sono armi spirituali che ci spalancano il cuore ma anche talismani immateriali che portiamo con noi ovunque andiamo e rifugi in cui possiamo trovare consolazione, spazi di conforto vero e profondo”. Per questo Leonard prendeva così sul serio il suo mestiere, limava e riscriveva i suoi testi per pagine e pagine, lasciava per anni le canzoni incompiute finché non le trovava perfette, spesso interrompeva le incisioni e bloccava la produzione di un nuovo disco se la sua voce non gli suonava abbastanza vera e sincera. Proverbiale è l’aneddoto, riportato nel libro, di un suo incontro con Bob Dylan: “Quanto ci hai messo a scrivere Hallelujah?”- gli chiede Bob. Leonard ci ha messo cinque anni, ma vergognandosi della sua lentezza mente: “Due anni” – risponde – “E tu a scrivere I and I?”- “Un quarto d’ora, ero in taxi” – risponde Dylan. Due approcci opposti verso l’eccellenza nel songwriting.
Così Lebold magistralmente ci guida attraverso le varie incarnazioni di Leonard: il rampollo dell’aristocrazia ebraica a Westmount il quartiere più esclusivo di Montreal; il giovane poeta animatore di dibattiti culturali alla McGill University; il seduttore inveterato maestro e vittima del gioco favorito; il globe trotter espatriato nel paradiso insulare ellenico di Hydra che tenta di imporsi un impossibile ménage coniugale con la bella norvegese Marianne (“Now so long Marianne, it’s time that we began to laugh and cry and cry and laugh about it all again”); il Captain Mandrax dipendente dalle anfetamine; l’inquilino del Chelsea Hotel di New York che cerca un contratto discografico nella Grande Mela; l’innamorato respinto della gelida Nico, la ragazza più bionda e più alta, allora cantante dei Velvet Underground (“Just take this longing from my tongue, with all the lonely things my hands have done, Let me see your beauty broken down, Like you would do for one your love”); il troubadour autore di Suzanne che si fa soffiare i diritti della sua canzone più famosa e si trasferisce nel Tennessee per suonare il Country; il menestrello degli israeliani nella guerra del Kippur (“And may the spirit of this song, may it rise up pure and free, May it be a shield for you, a shield against the enemy, Yes and lover, lover, lover, lover, lover, lover, lover Come back to me”); il marito cornuto di Suzanne (non la stessa della canzone), la moglie zingara e la madre dei suoi due figli, Adam e Lorca (“And where, where, where is my gipsy wife tonight?”), che dichiara la morte di un donnaiolo (Death of a Ladies’ Man); l’ex divo la cui carriera è evaporata e i cui dischi non vendono più negli USA, tanto che la sua etichetta accetta di distribuirlo solo in Europa dove ha ancora un qualche seguito; il redivivo della rinascita di I’m Your Man dopo il passaggio dalle chitarre acustiche all’elettronica e l’amore per la fotografa francese Dominique Issermann che ne ricostruisce l’immagine pubblica; il praticante di Rinzai Zen e il seguace del maestro Joshu Sasaki Roshi; il profeta dell’Apocalisse di The Future, e il fuggiasco sul Mont Baldy, il monastero zen dove sei anni dopo viene ordinato monaco col nome di Jikan, “silenzio ordinario”; l’ex monaco che ritorna nel mondo e riprende a fare dischi; l’ingenuo che la menager ed ex amante Kelly Lynch deruba di quasi tutti i risparmi di una carriera lasciandolo con solo 150.000 dollari in cassa e tasse da pagare su somme enormi che non possiede più; l’illuminato, pacificato vecchio saggio degli ultimi tour e degli ultimi dischi; il malato terminale che dichiara di “vivere di pillole, delle quali ringrazio Dio” e che a quel Dio rivolge preghiere sublimi e blasfeme: “ Se tu tieni il banco, allora sto fuori dal gioco/ Se tu sei chi guarisce, allora sono spezzato e zoppo/ Se tua è la gloria, allora mia è la vergogna./ Tu vuoi più buio/ e noi spegniamo la fiamma./Sia magnificato e santificato il tuo santo nome/ vilipeso e crocifisso in forma umana./ Milioni di candele bruciano per un aiuto che non è mai venuto./ Tu vuoi più buio. / Hineni, Hineni/ Sono pronto, mio Signore”. Hineni è in ebraico la risposta di Abramo alla chiamata di Dio, così in You Want It Darker la bestemmia si trasforma in salmo di lode. Oppure in Treaty, “Vorrei ci fosse una tregua che potessimo firmare/ È finita adesso con l’acqua e con il vino/ Eravamo a pezzi ma ora siamo arrivati al limite/ E vorrei ci fosse una tregua/ vorrei ci fosse una tregua fra il tuo amore e il mio”.
“Who by fire, Who by water, Who in the sunshine, Who in the nightime, …And who, shall I say, is calling?” aveva cantato, e di notte, serenamente, il 7 novembre del 2016 Leonard Cohen viene chiamato e ci lascia soli con la sua poesia, con la sua musica e con il suo messaggio più profondo. È attraverso le ferite che la luce entra in noi.
Every heart, every heart
to love will come
but like a refugee.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in.


