Byung-Chul Han / La vita nello smartphone

Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, tr. Simone Aglan-Buttazzi, Einaudi, euro 13,50 stampa, euro 7,99 epub

Forse c’è chi sente un sottile disagio nel rendersi conto che l’oggetto che portiamo sempre con noi, al quale deleghiamo una parte consistente del nostro stare nel mondo e relazionarci con esso, sia cosí privo di personalità. Cerchiamo di porvi rimedio comprando una custodia nuova o attaccandoci qualche gingillo; mettendo una foto nuova sulla schermata iniziale. Di per sé lo smartphone non ha un’estetica né decorazioni superflue. Pochi anni di evoluzione morfologica e stilistica, a partire dai primi Nokia spessi più di un centimetro, hanno prodotto questo oggetto sottile, lucido, liscio, così smart da scivolare via dalle mani, in barba a ogni buon senso funzionale. Raramente lo teniamo distante da noi più di pochi metri, eppure al di là dei contenuti salvati, dei contatti, le chat, la cronologia della navigazione, non ha nulla a che fare con la nostra personalità e lo dimostra il fatto che quando smette di funzionare o non ci piace più, lo buttiamo, perché quei contenuti non sono una sua parte materica.

Lo smartphone, scrive Byung-Chul Han, filosofo coreano critico lucidissimo della contemporaneità, è forse la più nota tra le non-cose derivate dalla digitalizzazione del mondo: un medium iconico e informativo, disadorno come tutte le non-cose; un oggetto narcisistico e autistico con il quale abbiamo una relazione ripetitiva, spesso maniacale. Le non-cose hanno pochi rapporti con la cultura materiale tradizionale ovvero con le cose che hanno un peso, un odore, una forma complessa, che fanno rumore, spesso sono decorate e dalla materialità fragile (si pensi alla stampa di una foto analogica e ancora prima al negativo, alla diapositiva): le cose che incarnano (incarnavano?) l’Altro, il “completamente Altro” di Derrida, e che ci servivano da appigli per destreggiarci nel mondo.

La digitalizzazione, è questa la critica principale di Han, determina una derealizzazione del mondo: informazioni e dati si piazzano davanti alle cose rendendole invisibili, sbiadite, parziali. Lo schermo digitale, mentre ci protegge e isola, filtra il mondo cambiandone i connotati. La digitalizzazione pone fine al paradigma oggettuale, è dunque una rivoluzione più grande di quella industriale, che ci aveva allontanato dall’artigiano e dal fare manuale ma non dall’ambito oggettuale in sé (è la “quarta rivoluzione” – dopo quelle innescate da Copernico, Darwin e Freud – come ha scritto Luciano Floridi, che Han cita e riprende). Una rivoluzione così grande che rende inadeguati le filosofie e i sistemi di pensiero del passato. Se un tempo la scelta era tra Avere o Essere (come dal titolo di un famoso testo di Erich Fromm del 1976), ora siamo passati dall’“avere”, visto allora come male, al semplice “esperire”: non oggetti in uno spazio reale ma infomi (termine coniato da Floridi) che abitano il Cloud e Google Earth.

Nelle prigioni invisibili e smart dei regimi neoliberisti la libertà non viene apertamente oppressa come nelle dittature classiche ma sfruttata. Interessante, a questo proposito, è la riflessione su alcuni termini, strettamente collegati al digitale, ai quali attribuiamo una valenza positiva e un’idea di maggiore libertà, come informazione e accessibilità. Al di là della sorveglianza e dell’influenza che i medium digitali esercitano su di noi, esponendoci a uno sguardo panottico quantomeno potenziale, è evidente come l’entropia informativa sia di utilità quantomeno ambigua (“Da un certo momento in avanti le informazioni non informano più, bensì deformano”, scrive Han, ricordando poi il fatto ovvio che anche le fake-news sono informazioni, spesso più efficaci dei fatti provati). L’accessibilità a ogni genere di contenuto, continuamente posta come obiettivo di ogni progetto e iniziativa, è sempre temporanea, veicolata e non garantita dal solo fatto di esistere. Parafrasando: a che servirebbe tenere tutti i musei sempre aperti se nessuno sa che sono aperti?

Digitale deriva da digitus, dito in latino. Le dita e non le mani ci interfacciano con gli oggetti digitali. L’uomo del futuro, scrive Han, è tutto dita. In effetti è possibile leggere un ebook senza mani, anche perché non c’è alcun bisogno di sistemarlo, dopo, sugli scaffali di una libreria. “Il costante digitare e strisciare delle dita sullo smartphone è un gesto quasi liturgico con effetti ponderosi sul nostro rapporto col mondo”; teniamo lo smartphone in mano per periodi molto lunghi, lo sgraniamo con le dita selezionando, spostando, zoomando. Come un oggetto devozionale, come un rosario, esso è il nostro “dispositivo di sottomissione” al neoliberismo, e i like sui social sono come gli amen a messa: una conferma, un sugello, una accettazione incondizionata del contesto dominante che, in questo caso, è volto al consumo.

Nell’assumere, nei selfie, pose ed espressioni esibizionistiche – quasi maschere – che nel ritratto analogico non avremmo osato, insceniamo un prodotto, non cerchiamo di mostrare la nostra persona. Ed è con quella maschera che esprimiamo continuamente opinioni, preferenze, in una sfera autoreferenziale prodotta appositamente per noi dove l’Altro è sempre meno presente.

Se questa libertà in punta di dita è illusoria, ci sarebbe bisogno di “un’altra politica temporale” dove albergano una reale emancipazione, il sapere, la fiducia, la responsabilità, l’indugio, la lentezza: ovvero tutto quello che è incarnato dalle cose reali e dal nostro conflitto con esse. Le cose annoiano, non ci trasmettono stimoli continui o notifiche ma sanno ancorarci all’essere. Durano, incarnano la stabilità, l’impegno, la continuità. Possono ferire, non sono affatto smart, ci sono estranee e quindi per contrasto stabilizzano la nostra identità.

Lo smartphone, così liscio, non oppone alcuna resistenza; a meno che (Han non arriva a scriverlo, ma pensarlo forse è liberatorio) non lo si usi come arma contundente e da lancio: una nuova presa della Bastiglia lanciando smartphone al posto di pietre sarebbe certamente fallimentare – gli smartphone non tagliano – ma portatrice di una simbologia d’avanguardia.

Han non indica vie d’uscita o alternative. Che valore possono avere, in quest’epoca post-fattuale, uno sguardo nostalgico e l’acquisto di un vecchio juke-box da parte dell’autore, raccontato nella digressione finale del libro? Le cose non hanno un valore solo in sé ma anche per l’immaginario e il potere visionario ad esse collegato. In passato l’autonomia delle cose ha molto affascinato gli uomini, gli scrittori. Esistono anche se noi non le guardiamo? Cosa fanno i mobili della nostra casa quando siamo fuori? Ritorniamo e tutto è come l’abbiamo lasciato; ma se fosse accaduto qualcosa, in nostra assenza?

Tra le righe di Han ci starebbe bene quella poesia di Eugenio Montale dove il poeta immagina che “forse un mattino andando in un’aria di vetro” si volterà di scatto e vedrà compirsi il miracolo: “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco. // Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi case colli per l’inganno consueto. / Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto” (Ossi di seppia).

Non può essere una soluzione ma forse è un auspicio: essere tra gli uomini che si voltano; che credono che le cose ancora ci ingannino, e forse anche le non-cose; che sia possibile coglierle in fallo (lo smartphone nel forno, sotto il materasso, nel cesto dei panni sporchi) e così salvarci.

 

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