A più di vent’anni di distanza dalle traduzioni italiane più note – La balcanizzazione della ragione (Manifestolibri, 1995) e Autopsia dei Balcani. Saggio di psicopolitica (Raffaello Cortina, 1999) – le parole di Rada Iveković tornano a circolare in Italia oltre i limiti dell’interesse, spesso effimero, per i dibattiti legati a quei luoghi e contesti che, tristemente, attirano l’attenzione editoriale italiana quasi soltanto nel periodo immediatamente successivo a conflitti e genocidi. Per merito delle tre studiose che hanno curato il presente volume per la collana Femminismi di Ombre Corte, l’opera di Rada Iveković viene invece scandagliata ex novo fuori da ogni urgenza, ma con immutata, se non anche aumentata, necessità politica. L’occasione immediata è infatti l’ottantesimo compleanno della filosofa, scrittrice e attivista nata a Zagabria nel 1945, che, per le qualità poco ortodosse del suo percorso, non avrà, con ogni probabilità, un Festschrift accademico – com’è lei stessa a ricordare, nel corso dell’intervista che occupa gran parte del libro, insieme a tre preziosi saggi introduttivi e, in coda, ad alcuni testi brevi dell’autrice finora inediti in italiano. L’orizzonte, però, rimane quello, più ampio, di una «filosofia dell’interstizio», per usare la definizione usata nella prefazione, come «spazio di condivisione e forma di vita che oltrepassa i binarismi di genere e le oppressioni logiche», con la capacità, cioè, di riattivare una grande molteplicità di discorsi e pratiche anche nel presente.
Non può essere diversamente, del resto, davanti al percorso filosofico fortemente composito e articolato dell’autrice, che si è formata come indologa all’Università di Zagabria, all’epoca in cui uno dei punti di riferimento, con il suo intreccio di buddhismo e marxismo, era Čedomil Veljačić; Iveković, tuttavia, non segue pedissequamente il tracciato di Veljačić o di altri docenti del suo dipartimento, adottando solo in parte un approccio marxista: da un lato, questo la porterà a una feconda interlocuzione con l’importante esperienza di elaborazione teorica della rivista jugoslava “Praxis” (1964-1974); dall’altro, e in modo ancor più consistente, segnerà l’importanza del buddhismo e, più in generale, della conoscenza delle tradizioni culturali e politiche non europee in tutto il suo percorso di filosofa.
Un percorso non allineato, come si anticipava, rinviando anche allo specifico contesto materiale della formazione e della prima ricerca di Rada Iveković, ovvero a quel Movimento dei Paesi non allineati di cui sia la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che l’India sono stati esponenti di spicco. Come nota en passant, e con una certa amarezza, la stessa Rada Iveković nell’intervista, «la storia dei Paesi non allineati, così come quella della resistenza jugoslava al nazifascismo, è stata dimenticata come storia “incompiuta” o “inutile”»: se il caso della resistenza antifascista jugoslava è plasticamente reso dall’uso pubblico della storia nel contesto italiano (vedi al capitolo foibe), anche la storia dei Paesi non allineati sembra essere stata precocemente condannata al fallimento. Uno dei suoi pregi, per contro, può essere rintracciato nel percorso stesso di Rada Iveković, che studia indologia e si trasferisce a lungo a New Delhi proprio in virtù delle relazioni politiche e culturali esistenti tra i due Paesi.
L’eclettismo di Rada Iveković non si lascia tuttavia imbrigliare nemmeno dai confini disciplinari di quella che, significativamente, in italiano si chiama ancora “orientalistica”; l’esperienza indiana contribuisce anche alla sua attenzione per una riflessione teorico-politica che precede, cronologicamente, l’avvento degli studi postcoloniali nelle accademie europee, nutrendosi soprattutto dell’esperienza – in prima battuta, nell’ambito della storiografia rurale, pur non essendo ad essa limitata – dei cosiddetti Subaltern Studies. Oltre a offrire un prezioso contraltare a uno dei capisaldi del pensiero filosofico jugoslavo del secondo dopoguerra – Filosofija palanke (1969) di Radomir Kostantinović, dedicato, già dal titolo, alla filosofia della palanka, ovvero della vita rurale e provinciale – l’innovazione subalterna e poi postcoloniale in senso lato permea ogni passaggio successivo del pensiero di Rada Iveković, segnando le direzioni del suo eclettismo entro uno sguardo consapevole del proprio radicamento europeo e delle correlate limitazioni. Una consapevolezza etica e pratica, in altre parole, oltre che teorica o ideologico-politica, che si rivela capace, ad esempio, di rintracciare percorsi buddhisti nell’opera di Jean-François Lyotard (nel curioso saggio Lyotard, est-il bouddhiste?, del 1992) oppure, in tutt’altra direzione, di rilevare il presenzialismo arrogante e ai limiti dell’appropriazione coloniale di molte esponenti dei femminismi dell’Europa centro-occidentale (femminismo italiano compreso, per un’autrice che ha vissuto anche, per qualche tempo, a Roma) rispetto alle elaborazioni ritenute “periferiche”.
L’impianto femminista del pensiero di Rada Iveković si rende ancor più manifesto con la disgregazione della repubblica jugoslava e con il successivo conflitto, nella critica del bellicismo come portato inevitabile dell’ordine patriarcale e come causa di crimini e violenze lungo precise linee di genere. Anche in questo caso si tratta di un posizionamento eclettico, che va dall’incontro con femministe di orientamento più o meno socialista fino all’uso di un concetto come quello di missing women – “donne mancanti”, un criterio che parte dal dato demografico per enfatizzare violenze e ingiustizie sociali ai danni della popolazione femminile – coniato dall’economista liberale indiano Amartya Sen.
I conflitti che lacerano la compattezza nazionale e soprattutto il tessuto sociale jugoslavo sono vissuti con grande intensità, sia a Zagabria che nel successivo radicamento francese, con almeno due passaggi mirabilmente raccontati: la reazione culturale e politica al linciaggio mediatico subito nel 1992 insieme ad altre scrittrici e intellettuali jugoslave come Slavenka Drakulić e Dubravka Ugresić (definite tutte “streghe”, in un articolo di un giornale influente, per le loro posizioni variamente pacifiste e anti-interventiste, ovviamente interpretate in chiave anti-patriottica); il racconto delle prime avvisaglie della guerra a Zagabria, con il rifiuto, fino a prova evidentemente contraria, della paranoia che portava a rifugiarsi nei bunker ai primi allarmi aerei (alimentando, così, paure e tensioni infine funzionali al proseguimento e all’inasprimento del conflitto). Un aneddoto, quest’ultimo, ancora di un certo impatto etico nel nostro tempo, che è variamente belligerante, dentro e fuori dalla psiche dei singoli individui.
L’esito più recente della filosofia di Rada Iveković è infine il ritorno alla traduzione, come ambito culturale e politico in cui tutti i percorsi precedenti trovano nuova linfa e nuovi orizzonti, all’insegna di quelle «logiche plurali» che proseguono e approfondiscono i percorsi, fin dalla partenza non allineati ed eterodossi, dell’autrice. E tuttavia, rimettendo tutto in gioco nelle pagine finali, Rada Iveković ricorda che, ancor prima che nella traduzione, non c’è migliore inizio per la filosofia se non nell’avidyā: dal sanscrito, è lo stato di ignoranza radicale che va riconosciuto e attraversato per consentire nuove esplorazioni alle menti e ai corpi – dimostrazione plastica, in conclusione, di quanto le parole di Rada Iveković siano ancora preziose negli interstizi del contemporaneo.


