Che bello, mi sono detta quando ho chiuso il libro. All’inizio, la scrittura un po’ dimessa e un po’ ricercata, con questi due registri mescolati, mi ha spiazzato. Ma poi mi è entrata nelle orecchie e nella testa, mi ci sono affezionata, mi è rimasta come un tratto peculiare. L’invenzione del colore, il romanzo appena uscito di Christian Raimo, se mi chiedessero di cosa parla, direi che parla del padre del narratore e della Technicolor, di una tecnica che è stata all’avanguardia e poi è stata rimpiazzata dal digitale, di un mondo che era pieno di una bellezza che ormai è scomparsa.
Il padre del narratore, Raffaele Raimo, era un chimico che ha inventato, insieme a due colleghi, un procedimento particolare chiamato ENR (dalle iniziali dei tre inventori) per colorare la pellicola dei film con degli effetti particolarmente espressivi. Erano i tempi che le pellicole erano in bianco e nero e si coloravano poi, erano i tempi in cui i direttori della fotografia e i registi sceglievano dove aggiungere il colore per sottolineare delle emozioni, per comunicare stati d’animo e sensazioni agli spettatori. Il colore di Technicolor era diverso e speciale, e del resto ci ricordiamo tutti che c’era scritto “in Technicolor” sulle locandine e nei titoli di testa, e per tutti voleva dire qualcosa di speciale. Raffaele Raimo, morto piuttosto giovane di un tumore fulminante, quando lo troviamo nel romanzo occupa i sogni e poi le giornate del narratore, e diventa oggetto di una ricerca che è un po’ anche la ricerca di sé stesso, e di come cambia il mondo, come ci si adatta o non ci si adatta. I genitori, quando scompaiono, si rivelano dei totali sconosciuti, e ci lasciano delle domande a cui nessuno sa rispondere. In questo romanzo le domande sono tantissime, incalzano senza sosta. Sono relative al padre ma anche ai sentimenti, a come pensiamo, a perché siamo come siamo. Domande che avrebbero bisogno di una risposta, domande che non possono avere risposta e domande di cui in realtà la risposta la sappiamo già.
Sono tre i grandi temi del racconto, tre volti di sé stesso che l’autore narratore sceglie di farci conoscere. C’è l’amore, la storia d’amore con Gadda, che comincia e finisce o forse no, che lascia molto dolore e le inevitabili domande. C’è la ricerca sul padre, quei sogni insistenti che aprono spazi inauditi; gli incontri con gli ex colleghi di lavoro della Technicolor, gli appunti incomprensibili, le carte lasciate in un ordine apparente che è disordine reale, e naturalmente i ricordi, quelli condivisi con la sorella (la scrittrice Veronica Raimo), quelli incerti, quelli inventati. C’è la scuola, il lavoro di insegnante e soprattutto un allievo, adolescente un po’ perso un po’ furbo, quasi un sostituto dei figli mancanti, con cui l’autore narratore ha un rapporto che no, come professore probabilmente non dovrebbe avere ma che sì, come uomo crede e desidera avere. E insieme ci sono Roma, Napoli, Pescara, l’Abruzzo. Un’Italia faticosa e scarsa di prospettive, in cui le periferie, i margini sono ancora laboratori di cambiamento e di lotta, ma anche loro un po’ stanchi e scarsi di prospettive.
Non è un romanzo intimista, per quanto narrato in prima persona e incentrato sui rapporti personali e famigliari. È un romanzo direi proprio politico, soprattutto se visto alla luce di quello che sta succedendo ora, nella scuola, nelle piazze d’Italia. Un romanzo che lascia spazio alla necessità di agire, di farsi sentire e di partecipare, ma che ne coglie anche la fatica e i dubbi, le incertezze sulla strada da prendere. Se la compagna Gadda, che a un certo punto lo lascia ma che poi non si sa se davvero lo lascia, se Gadda sembra granitica nelle sue convinzioni che tutto è politica e solo l’impegno rende la vita significativa, per sé stessi oltre che per gli altri, l’autore narratore, che la segue a ogni assemblea e incontro e manifestazione, con slancio e interesse, è però meno convinto e molto più incline a lasciarsi andare a un personalismo molto, potremmo dire, molto borghese. Del resto, questa categoria, così rilevante e definitiva per una generazione, poi scomparsa dal linguaggio comune, sta riemergendo come parola in grado di definire non solo una condizione sociale ma anche un modo di comportarsi, scelte di vita, abbigliamento, riferimenti culturali. Una parola che ricompare insieme al concetto di classe sociale. Le classi sociali non sono scomparse, sono cambiate ma sono ancora reali e presenti. Ne è più che consapevole Christian Raimo, come si vede anche dai suoi post sulla scuola.
Dunque ho trovato molto bello che tra le pagine del romanzo trovi posto una dimensione collettiva, sociale. Che però lascia spazio e tempo al racconto dell’esperienza personale. Sono commoventi le pagine finali, gli ultimi giorni del padre, quell’affetto profondo che esiste anche senza parole, quel legame che ci complica la vita ma ce la arricchisce come poche altre cose. L’invenzione del colore è un romanzo in bianco e nero, ma pieno di sfumature, in cui il nero può essere profondo come il buio interiore e inconoscibile, e il bianco quella luce che andiamo cercando in ogni nostro gesto.


