Conrad e le ambiguità del colonialismo

Il grande scrittore nigeriano Chinua Achebe accusò Cuore di tenebra di essere un testo colonialista e di silenziare gli africani, ma una lettura complessiva mostra un Conrad attraversato da profonde contraddizioni, in particolare nella sua prima opera La follia di Almayer dove il punto di vista europeo appare fragile, sconfitto e spesso ridicolo.

Forse non tutti sanno che Chinua Achebe, il grande romanziere nigeriano (lettura obbligata: Il crollo, ripubblicato col titolo Le cose crollano), non aveva una grande opinione di Joseph Conrad. Lo considerava “un maledetto colonialista”; ce l’aveva soprattutto con Cuore di tenebra, a suo avviso “un libro offensivo e totalmente deplorevole”, scritto da un autore reo di essere un “diffusore di miti confortanti”. Achebe era particolarmente irritato dal fatto che nel romanzo di Conrad gli africani non parlassero quasi mai, come fossero muti; che l’Africa venisse dipinta come l’antitesi dell’Europa e quindi della civiltà; che le realizzazioni artistiche dei popoli del Congo fossero del tutto ignorate. In conseguenza di ciò, l’autore di Le cose crollano invitava a leggere il suo romanzo come “Cuore di tenebra visto dall’altra parte”, cioè con gli occhi degli africani e non dell’europeo Marlow, identificato come alter ego di Conrad e suo portavoce.

Con tutta la stima e l’ammirazione per Achebe e per la sua straordinaria narrativa, mi viene da replicare con un commento che Conrad mette in bocca allo stesso Marlow: “La conquista della terra, che per lo più significa portarla via a quelli che hanno una carnagione diversa o un naso un po’ più schiacciato del nostro, non è una bella cosa se la guardi troppo a lungo”. Non sembra un ragionamento da colonialista convinto; e poi ci sarebbe anche da chiedersi fino a che punto possiamo identificare Marlow e il suo autore, per quanto entrambi abbiano comandato un battello fluviale che si spingeva nel cuore dell’Africa nera. Comunque, posso pure comprendere che nel lontano 1977 Achebe, quando il discorso postcoloniale era agli inizi, si sentisse in dovere di mettere sotto accusa Cuore di tenebra, di reclamare il diritto degli africani di raccontarsi, rivendicazione animata più da comprensibile vigore polemico che da attenzione alle molteplici ambiguità del testo.

D’altro canto, Conrad non è facile da inquadrare. Polacco, nato nel 1857 in un paese che all’epoca era una colonia russa (o toh, il colonizzato che alla fine parla di colonialismo, proprio come Achebe…), emigrato per non fare la fine del padre, Apollo Korzeniowski, grande traduttore dall’inglese e indipendentista, arrestato e deportato per le sue idee politiche (la Russia non cambia mai!); il giovane Józef lascerà la sua terra, se ne andrà in Francia, s’imbarcherà, farà una carriera nella marina mercantile fino a diventare capitano, e poi – dopo un esaurimento nervoso dovuto a quel che aveva vissuto in Congo – opterà per la terraferma e, divenuto suddito di sua maestà britannica, sarà scrittore in una lingua non sua, letto prima come autore di storie avventurose e poi pian piano riconosciuto come grande narratore e precursore del Novecento letterario. Ammetterete che è una storia complicata e non proprio lineare.

Ecco, proprio la figura del padre Apollo a me sembra offrire una chiave per leggere i personaggi conradiani: quando Józef Korzeniowski scrisse Cuore di tenebra firmandosi Joseph Conrad (usando come cognome il suo terzo nome), la Polonia era ancora sotto il tallone russo, e il massimo che Apollo era riuscito a fare, una volta scarcerato, era stato di trasferirsi a Leopoli e poi a Cracovia, in quel pezzo del suo paese che allora era sottomesso a un altro impero, quello austro-ungarico – insomma, Józef/Joseph aveva visto morire suo padre nel 1869 come un vinto, vissuto inseguendo un sogno che non s’era realizzato. Apollo era insomma assai simile ad altri visionari: uno decisamente inquietante, il Kurtz di Cuore di tenebra; un altro più patetico, e parliamo di Kasper Almayer, il protagonista dell’opera d’esordio di Conrad, uscita nel 1895.

Ancora oggi La follia di Almayer non è considerata tra le opere maggiori del capitano Korzeniowski; non è Lord Jim, non è La linea d’ombra, non è Cuore di tenebra – secondo alcuni commentatori lo scrittore anglo-polacco ancora non padroneggiava a sufficienza la lingua inglese, e la sua prosa era ripetitiva. Sarà; io trovo invece che questo romanzo breve sia estremamente interessante, e che meriti di essere letto specialmente oggi, proprio mettendolo fianco a fianco con Cuore di tenebra. Mi spingo fino ad affermare che La follia di Almayer a tutti gli effetti risponde alle severe obiezioni di Chinua Achebe prima ancora che esse venissero formulate: miracoli della letteratura!
Anche nell’opera prima siamo in una società coloniale; più precisamente nell’immaginario villaggio malese di Sambir, basato su quello realmente esistente di Tanjung Redeb, oggi cittadina del Borneo facente parte dell’Indonesia, ai tempi di Conrad possedimento olandese. Olandese è Kasper Almayer, commerciante male in arnese con un matrimonio fallito sul groppone (la moglie, malese, disprezza il marito perché ai suoi occhi troppo debole – o, come diremmo oggi, insufficientemente patriarcale), regolarmente fregato dagli abilissimi mercanti arabi della zona, e facile a imbarcarsi in imprese sballate, come la costruzione di una dimora di lusso nella quale ha dilapidato somme considerevoli senza neanche arrivare a completarla. Proprio questo palazzo dà il titolo al romanzo, perché tutti gli abitanti di Sambir la chiamano “la follia di Almayer”.

Che Conrad venga considerato un modernista in anticipo non deve stupire: il suo personaggio è a tutti gli effetti un inetto, ben più di Zeno Cosini. A differenza di quest’ultimo, però, Kasper ha un sogno che gli promette un riscatto: individuare una miniera d’oro che lo farà ricco e gli consentirà di tornare nella terra dei suoi sogni, quell’Olanda dalla quale provenivano i suoi antenati e dove lui non è mai stato, dove vivrà ammirato e rispettato, non più zimbello dei suoi compaesani dalla pelle scura e dai tratti asiatici. La ricchezza Kasper la desidera soprattutto per sua figlia Nina, che si è vista trattare a pesci in faccia dagli olandesi perché mezza malese e dai malesi perché mezza olandese; come riscatto da queste umiliazioni Almayer immagina una vita nel lusso della ricca e civilizzata Europa, lontano dai selvaggi del Borneo.

Il problema è che questo sogno non interessa affatto né alla moglie né alla figlia. Quest’ultima, nonostante sia cresciuta a Singapore in un ambiente tutto olandese, ha capito anche troppo bene che agli occhi dei bianchi sarà sempre e comunque macchiata dalla sua madre malese – ha capito che la logica del razzismo colonialista non le aprirà mai del tutto la porta del mondo dei colonizzatori, per cui decide di essere malese, e s’innamorerà di un principe di Bali, Dain Maroola. Quest’ultimo è esattamente il contrario di Almayer: è bello, è forte, è coraggioso, ove occorre spietato, intraprendente, e non ha paura di mettersi contro i dominatori olandesi organizzando un traffico clandestino di polvere da sparo – insomma se la cava meglio del padre di Nina anche come commerciante. Con Dain s’inserisce nel romanzo l’elemento avventuroso, perché il principe contrabbandiere viene braccato dalla marina olandese, e gran parte del romanzo ruota intorno alla suspense relativa al suo destino: verrà catturato e giustiziato, o riuscirà a sfuggire ai suoi nemici?

La follia di Almayer funziona bene anche come romanzo d’avventura, e rispetto a questo non si può non notare che qui i colonizzati non sono solo oggetto del dominio europeo, ma a tutti gli effetti sono soggetti di una riottosa resistenza, che sfugge spesso al controllo degli olandesi, come riconoscono gli stessi ufficiali che danno la caccia a Dain. Del resto Almayer è ben consapevole che la superiorità dell’uomo bianco (lui) è continuamente smentita dall’astuzia degli asiatici, dai loro intrighi e dai loro inganni; e questo lo porta a sognare che gli olandesi, visti come colonialisti inefficienti, vengano sostituiti dagli inglesi – perché loro sì che sanno come si mettono in riga i popoli sottomessi. Di qui l’impressione che Conrad critichi il colonialismo degli altri (qui gli olandesi, in Cuore di tenebra i belgi) confrontandolo con quello illuminato degli inglesi – però alla fine della fiera il capitano Korzeniowski ci mostra sempre un colonialismo immorale e fallimentare, che dietro l’ideologia del fardello dell’uomo bianco intento a fare del bene, incompreso dai nativi, nasconde semplicemente rapacità e brutalità, e la caccia al dollaro (che infetta anche i malesi, vedasi come ammucchia monete la moglie di Almayer). E alla fine Nina e Dain riescono a scappare, epilogo che dovrebbe dare da pensare a chi legge Conrad come apologeta del colonialismo – e lo pone stranamente vicino a un tal Salgari Emilio…

Ma il lato avventuroso di questo romanzo non dovrebbe farci sfuggire la sua notevole densità letteraria. Per certi versi Conrad è ancora debitore del realismo ottocentesco, Almayer è un vinto come certi personaggi di Verga, di Zola, di Hardy; ma la componente della follia non va trascurata, e la descrizione del declino psicofisico del commerciante olandese, che finisce a fumare oppio con l’altro antieroe, il suo collega cinese Jim-Eng, risente dell’investimento nell’esplorazione dei meandri della psiche che di lì a poco porterà a Joyce e Musil. E se da un lato Conrad si lancia di tanto in tanto in descrizioni della natura tropicale tra il pittorico e il poetico, quadri fatti di parole che sono caratteristici del romanzo ottocentesco, il suo uso disinvolto del flashback (che in narratologia si chiamerebbe analessi) è già novecentesco, e fa sì che la narrazione sia tutt’altro che lineare, anticipando il vortice cronologico di Nostromo. Insomma, in questo caso si può ben dire che il buon giorno si vede dal mattino; e se mi si consente di citare una canzonetta dei favolosi anni Settanta, in quest’opera prima un po’ trascurata quanta politica ce poi trovà…

 

P.S.

Ma in conclusione, era colonialista o no Conrad? In verità ci sono momenti in cui i suoi personaggi manifestano opinioni decisamente razziste fondate sulla convinzione della superiorità dell’uomo bianco, però poi in Cuore di tenebra Marlow ammette che c’è una comune umanità che include sia i neri che i bianchi: quel che li distingue è il restraint, l’autocontrollo, la capacità di frenare le proprie pulsioni che caratterizza gli europei. Detto questo, Conrad ci mostra un europeo come Kurtz che il self-control l’ha perso del tutto; e a bordo dell’imbarcazione capitanata da Marlow viaggia anche un gruppo di cannibali che – per quanto affamati – non aggrediscono i bianchi, dimostrando un restraint considerevole. No, la faccenda non è semplice, e soprattutto, con buona pace di Achebe, non è in bianco e nero.