Curzio Malaparte / Amarezza di uno “straniero”

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, Adelphi, pp. 425, euro 25,00 stampa, euro 13,99 epub

Inspiegabile è l’oblio che nei decenni posteriori alla sua scomparsa ha colpito in Italia Curzio Malaparte, l’Arcitaliano, come amava definirsi, in realtà nato Curt Erich Suckert (1898-1957), pratese di padre tedesco e di confessione luterana. Senza ombra di dubbio uno dei nostri più grandi scrittori e giornalisti del ’900, le cui opere più importanti, Kaputt e La pelle, sono universalmente note e – a nostro probabile disdoro – assai più celebrate all’estero che in patria. Inspiegabile, dicevamo, e imperdonabile oblio quanto alla forza letteraria dello stile e alla pregnanza sconvolgente dei temi affrontati nei suoi libri, come, nella sua vita tumultuosa e straordinaria, alla contraddittoria e contorta (ci sembrerebbe in verità ingiusto usare l’aggettivo “ambigua” per definirla) traiettoria ideologica e politica che lo vide piroettare, sempre in sella ad un bianco destriero, dall’anarchismo giovanile al fascismo intransigente degli anni ’20, dalla fronda fascista degli anni ’30 alla cobelligeranza con gli Alleati dopo il ’43, fino al comunismo e al maoismo degli anni ’50, e – ma la dibattuta questione resta assai dubbia quanto quella analoga del suo ispiratore Bonaparte – alla conversione in articulo mortis al cattolicesimo.

Voltagabbanismo per alcuni, percorso tortuoso ma sostanzialmente coerente per altri (dal fascismo di sinistra al comunismo totalitario): identica damnatio memoriae che lo accomuna a un altro gigante letterario, Louis-Ferdinand Céline con il quale intrattenne rapporti cordiali (tanto da devolvere generosamente gli introiti di un premio ricevuto per sostenere lo scrittore francese ancora imprigionato in Danimarca per collaborazionismo) e condivise con lui, oltre all’autofiction, all’espressionismo letterario e all’invenzione stilistica (non però, quella malapartiana, altrettanto sperimentale di quella celiniana), anche, in periodi diversi, le grazie di Jean Voilier, compagna del comune editore Denoël (e in seguito editrice a sua volta dopo il misterioso omicidio di lui nel ’45).

Da anni Adelphi sta per fortuna ripubblicandone l’opera integrale reintegrandola come merita nel novero di quelle imprescindibili: dopo Kaputt (2009), La pelle (2010), Il ballo al Kremlino (2012), Tecnica del colpo di stato (2011), Maledetti toscani (2017), Il buonuomo Lenin (2018), Coppi e Bartali (2009), è ora la volta di Giornale di uno straniero a Parigi, diario scritto direttamente in francese (la presente edizione ne riporta anche il testo originale) nel 1947, al ritorno in Francia dopo 14 anni di lontananza, e mai dato alle stampe in vita. Momentaneamente abbandonata l’Italia dell’immediato dopoguerra, per evitare imbarazzanti rinfacciamenti del suo passato fascista (dopo aver rinunciato all’amnistia e subito un processo in cui era stato assolto), non immagina che la sua “seconda patria” possa riservargli un destino ancora peggiore. Giunge a Parigi senza la minima intenzione di confondersi con altri transfughi con troppe cose da far dimenticare, personaggi come i rumeni Eliade o Cioran, e il suo modello di esilio parigino vorrebbe piuttosto modellarsi su quello di D’Annunzio nel 1910, per sfuggire non all’epurazione ma ai creditori. Lo accompagna un altro italiano di successo, recentemente convertito come lui dal fascismo all’antifascismo, Roberto Rossellini, reduce dai due manifesti cinematografici dell’Italia risorta, Roma città aperta (1945) e Paisà (1946)dopo aver firmato pochi anni prima i fascistissimi La nave bianca nel 1941 e Un pilota ritorna nel 1942, sceneggiati addirittura dal figlio maggiore del duce, Vittorio Mussolini – trasformismo e voltagabbanismo, dunque, non possono certo imputarsi al solo Malaparte.

Appena arrivato rilascia interviste in cui non si presenta affatto come un fascista pentito o involontario ma, mentendo spudoratamente o esagerando in modo paradossale il suo frondismo, come un oppositore confinato a Lipari per cinque anni (in realtà la pena, in condizioni privilegiate, durò meno della metà e fu causata da uno scontro personale, non ideologico, con Italo Balbo: Malaparte venne poi perdonato e reintegrato da Ciano in persona…), e addirittura come dimissionario dal PNF fino dal 1931 per non aver accettato, in quanto protestante, le conseguenze dei Patti Lateranensi: fanfaronate tali da screditarlo, più che giustificarlo agli occhi dei francesi. Il suo passato giovanile di volontario della Legione Garibaldina e di combattente a Bligny in difesa della Francia nella Prima guerra mondiale però, gli assicurarono, pur con tutte le diffidenze, la concessione del permesso di soggiorno. In quegli anni il pregiudizio antitaliano da parte dei francesi è giunto all’apice e il “colpo di pugnale nella schiena” del ’40 – mai nominato ai tempi di Vichy, quando si contava sugli italiani per moderare i tedeschi – è tornato in auge; intanto i trattati di pace ci hanno lasciato fortunosamente la Val d’Aosta ma hanno consegnato Briga, Tenda e il Moncenisio ai “cugini” d’oltralpe. In quel clima assai poco favorevole Malaparte, mentre completa la composizione di La pelle, che uscirà di lì a poco con successo, in anticipo sull’edizione italiana, è a tutti gli effetti un isolato e quasi un reietto – considerato spesso filotedesco, fascista, collaborazionista –  il suo anticomunismo (non si è ancora convertito) gli aliena le simpatie di Sartre e degli esistenzialisti, come quelle di Breton, Eluard, Aragon e dei surrealisti; Camus e Malraux lo disprezzano, Mauriac lo rimprovera, Montherlant lo ignora, Drieu la Rochelle – che forse potrebbe capirlo – si è suicidato da tempo, Céline lo ringrazia per lettera ma è ancora in prigione in Danimarca; solo Blaise Cendrars e, in parte, Jean Cocteau, che hanno apprezzato Kaputt, gli attestano stima e amicizia.

L’amarezza e la delusione per questa condizione di étranger “nella doppia accezione di ‘straniero’ ed ‘estraneo’“come scrive Monica Zanardo nella bella postfazione, traspaiono abbondantemente nel testo oltre che nel titolo dell’opera, una malinconia e uno sguardo nostalgico al passato che si incarnano nell’idealizzazione della figura letteraria di Chateaubriand che ricorre, quasi ossessivamente, in tutta la seconda parte del libro: “Mi piace Chateaubriand, benchè non mi somigli. Mi piace in lui il costante disprezzo degli uomini nuovi, la fedeltà, solo apparente, alle antiche idee, ai costumi, ai gusti, ai piaceri, alle pene, ai sentimenti, ai piaceri della vecchia Francia, nella quale, checchè ne dica in ogni occasione, non credeva più. Mi piace l’amore nascosto per le idee nuove, per la Francia nuova, per la gloria nuova. Eppure niente di materiale mi lega a questa vecchia Francia, a questa vecchia Italia, a questa vecchia Europa che ho visto, che vedo morire. Non rimpiango né privilegi né onori, niente. Dall’antica Europa non ho avuto nulla, se non botte e prigione. Non riceverò niente di meglio da questa nuova Europa, da questa nuova Italia”.

Malaparte lavora alacremente, conclude La pelle, scrive il suo Giornale e mette in scena due testi teatrali scritti in francese, Du coté de chez Proust e Das Kapital, in cui scomoda due icone della modernità come Proust e Marx oltre che divi come Pierre Fresnay (che accetta la parte) e Michel Simon (che dopo lunghe riflessioni rifiuta) per ottenere due insuccessi incresciosi di critica e di pubblico. Una delle stroncature più aspre, quella di Francis Ambrière per la rivista “Opéra”, giunge a paragonare il pubblico che lascia la sala prima della fine dello spettacolo alle colonne dei profughi dell’esodo del 1940 “mitragliate dai vecchi amici di Malaparte”. La misura è colma, è la constatazione del fallimento, di poco alleviata dal contemporaneo successo internazionale (Francia compresa) de La pelle, uscito nel 1949: in quello stesso anno Malaparte riattraversa le Alpi e torna in Italia (ufficialmente a causa della nostalgia per la patria, e addirittura perché “il suo cane è malato e ha bisogno di lui”, mentre tutti i parigini lo incitavano a restare…), in realtà abbandona perfino la scrittura del diario, troppo rivelatore del suo stato d’animo, e ogni ipotesi di futura pubblicazione. Chissà se lo consolerebbe sapere di quanto la sua fama postuma, tributatagli nel paese che allora lo rifiutò, oltrepassi tutt’ora quella di cui gode nel suo paese d’origine.