I Maestri di Gibellina è stato pubblicato per la prima volta nel 2011, anno di morte di Ludovico Corrao, figura centrale di questa storia. Corrao fu parlamentare, e legale per parte civile di Franca Viola, la prima donna in Italia a rifiutare, nel 1965, il matrimonio riparatore dopo uno stupro; contribuì a far cancellare il delitto d’onore dal Codice penale (cosa che avvenne nel 1981). Corrao fu eletto sindaco di Gibellina due anni dopo quel processo, sul finire del 1968. Qualche mese prima, nella notte del 14 gennaio, un terremoto aveva distrutto vari centri della valle del Belice, tra cui Gibellina, e causato quasi 400 morti. In quella fase di emergenza, dove tutto era volto a (far figurare) una rapida ricostruzione, Corrao si rivolse a qualcosa che in circostanze di quel tipo di solito viene messo da parte in nome di urgenze più pressanti. Propose di costruire il futuro di Gibellina ripartendo non dall’economia o dall’industrializzazione ma dalla cultura e dall’arte, rovesciando la vocazione della Gibellina storica, votata a una povera realtà contadina. Per costruire la nuova città coinvolse architetti, urbanisti, pittori, scenografi e artisti di fama nazionale (Alberto Burri, Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Franco Purini, Arnoldo Pomodoro, Mario Schifano, Mimmo Paladino e altri). Promosse le “Orestiadi” di Gibellina, una innovativa rassegna teatrale, e il Museo delle Trame Mediterranee. Creò una città che era, è, “anzitutto un’idea”, come dichiara Davide Camarrone nella prefazione, “germogliata nel ricordo di ciò che è stato”.
La storia di quel paese scomparso, e della sua ricostruzione su un piano completamente differente, è raccontata da Cammarone, giornalista, a partire dagli artigiani che nella pratica hanno realizzato le opere degli artisti. L’arte di Gibellina Nuova è infatti antica nell’operato, con maestri progettisti (i vari Consagra, Burri…) e maestri esecutori, ovvero artigiani di altissimo livello, già operativi nella zona prima del terremoto. È una vicenda senza confronti – anche perché si tratta dell’unica città italiana di nuova fondazione nel dopoguerra – che è utile ripercorre quest’anno che Gibellina è Capitale italiana dell’arte contemporanea.
Dopo il terremoto, gli abitanti che non emigrarono in Australia o Venezuela – come veniva caldamente consigliato dalle istituzioni – vissero in una baraccopoli a Rampinzeri, a poca distanza dal paese vecchio. Qui sarebbe dovuta sorgere la nuova città; Il presidente Saragat aveva emesso un decreto per vietare la ricostruzione sulle rovine, considerate troppo pericolose. La visione di Corrao, al contrario, non era solo di costruire delle abitazioni sostitutive di quelle crollate: ma liberare la gente dalle case povere e minuscole di prima, riflesso di una esistenza ridotta all’osso e subordinata ai grandi proprietari terrieri. «Una replica della città antica», scrive Corrao, «significava condannare quel mondo a rivivere le condizioni di un tempo», ovvero ad abitare il dolore, la disperazione, l’isolamento. La nuova Gibellina fu invece costruita a venti chilometri di distanza, nel territorio di Salemi, più vicina all’autostrada e alle vie principali, coinvolgendo le imprese e i lavoratori locali. Fondarla sulla cultura, tenendo distanti gli appaltatori esterni, ha significato rendere l’arte, per la prima volta, veramente di tutti, non confinata nelle chiese come in Gibellina vecchia. Per questo è stata necessaria una rivoluzione dei modi di produzione. A Gibellina non c’erano artisti, ma artigiani che provvedevano alle necessità quotidiane. Sono loro ad essere diventati scultori, fabbri, costruttori, scalpellini, ceramisti, realizzando materialmente le opere, le idee, le intuizioni dei maestri. Nel farlo, sono diventati essi stessi artisti, riscoprendo vecchie tradizioni e reinventandone di nuove. Ad esempio, la “Grande Stella” di Consagra, che vuole riprodurre un astro luminosissimo che Goethe scrisse di aver visto durante il suo “Viaggio in Sicilia”, è stata costruita in laminato di acciaio inossidabile, petalo per petalo, nell’officina dall’impresa Copre.In. di Egisto Artale, che ha poi realizzato la struttura di fondazione e saldato i petali in verticale su una impalcatura alta 27 metri.
Gli artigiani di Gibellina hanno costruito il gigantesco aratro di Pomodoro, le macchine sceniche utilizzate nelle Orestiadi e tante altre opere che oggi definiscono il volto nuovo, per taluni un po’ straniante, della città. Secondo qualcuno il tentativo di rifondare la città nell’arte non è completamente riuscito. Gibellina racconta però un’utopia formale ed etica rivoluzionaria; ed è un raro esempio di cultura urbana, in età contemporanea, non legata al restauro di borghi storicizzati. «A Gibellina», scrive Camarrone, «è nata una città che, dopo la cancellazione del suo passato, si è appropriata del senso del Moderno: che nel Moderno ha cercato una giustificazione della propria esistenza».
È la scelta di non reiterare il passato e non conservarlo a vista, di usare un colpo basso del destino (il terremoto) come opportunità per stravolgere il proprio abito consueto. Di “archeologia del futuro” ha parlato a proposito Alberto Burri, autore dell’opera che forse più ha contribuito a diffondere il nome di Gibellina nel mondo. Burri è stato l’unico artista a decidere di operare su Gibellina vecchia, su quello che ne restava. Propose di compattare le macerie, armarle con il cemento e coprire tutta la superficie (circa 80.000 metri quadrati) di cemento bianco, come un sudario. I blocchi, alti 1,6 m., sono separati da vie che ricalcano quelle del paese. L’opera è stata realizzata tra il 1984 e il 1989, e completata nel 2015. Qualche rudere è ancora presente a qualche centinaio di metri dal “Cretto”, ma la maggior parte degli isolati sono stati modellati e cementificati, al pari della memoria storica. Burri ha scelto di far diventare le rovine del vecchio paese un monumento, mantenendone la forma ma nello stesso tempo realizzandone una copia trasfigurata. Lo ha fatto perché quei resti incorporavano delle memorie tristi: non solo quella tragica del terremoto, ma anche quelle delle vite povere, del feudo, dei lavoratori schiavi e braccianti mai proprietari, delle rivolte per la conquista della terra. «Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa» scrive Camarrone. Un sudario che copre e nasconde, pur permettendo il ricordo; perché l’elaborazione del lutto si ha quando si chiude il coperchio della bara e non si vede più il cadavere.


