Gavin Mueller / Fra critica delle macchine e decrescita

Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, traduzione di Valerio Cianci, Nero Editions, pp. 170, euro 20,00 stampa

Gavin Mueller, autore di Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, è membro del collettivo editoriale Viewpoint Magazine, rivista di ricerca militante che “mira a comprendere le lotte che definiscono la nostra congiuntura, a ricostruire criticamente la storia radicale e a reinventare il marxismo per il nostro tempo”, ed è con questa impostazione che Mueller analizza storia e attualità del luddismo. Un saggio pieno di riflessioni stimolanti, che mostra come il luddismo abbia rappresentato una importante presa di coscienza riguardante le tecnologie, mai neutrali, nel cui ambito la spinta all’automazione e l’impiego delle macchine nel processo produttivo finiscono per stabilire nuove forme di controllo e sfruttamento del lavoro sempre più pervasive e alienanti. I luddisti di fine Settecento e inizio Ottocento non erano dei primitivisti – anticipatori delle teorie di John Zerzan – ma un movimento di azione insurrezionale che voleva lo sviluppo tecnologico verso una società nella quale i lavoratori conservano la propria autonomia e sono padroni delle proprie vite. Da questa prospettiva Mueller riprende il filo rosso che lega le rivolte contro i telai alle forme di resistenza agli algoritmi e ai sistemi di controllo attuali, esplorando le più recenti pratiche di hacking e ribellione alla tecnologia per invitare a sabotare i meccanismi oppressivi che regolano l’organizzazione del lavoro e della vita contemporanea.

Le edizioni Nero ci hanno abituati ad aspettarci l’eccentricità dalle proprie proposte editoriali, soprattutto nella collana Not, in cui si possono trovare autori molto diversi tra loro: Donna Haraway, teorici tecno-esoterico-avanguardisti come il Gruppo di Nun, Franco Berardi Bifo, accelerazionisti e i post-situazionisti-insurrezionalisti-agambeniani del Comitato invisibile, Edmund Berger con le sue strampalate ricostruzioni delle avanguardie. Gli editori sono giustamente convinti che proprio da queste frizioni intellettuali possono nascere nuove idee e nuovi movimenti sociali. La pubblicazione di Tecnoluddismo in realtà sarebbe stata più coerente all’interno dei cataloghi di editori vicini al terzo settore e alla teoria latouchiana della decrescita, visto che è proprio a questa teoria che l’autore si appoggia, proponendola alla fine del libro come programma politico affine e conseguenziale al tecnoluddismo.

Le sezioni storiche (notevole quella dedicata ai wobblies) e analitiche del libro sono interessanti, non lo sono invece le conclusioni. Lasciamo cadere la sciocca contrapposizione, che l’autore propone nel corso di tutto il libro, tra rivolta individuale e rivolta di massa: sbagliata la prima, giusta la seconda, come da Bignami del marxismo, piuttosto che al marxismo critico, come l’autore vorrebbe. Se la tecnofilia propagandistica del capitalismo è una trappola e se i movimenti sociali mancano di visionarietà che argini le idiozie spaziali di Elon Musk e Jeff Bezos (che ci illudono che la catastrofe ambientale imminente si supererà salendo su un’astronave), la controproposta non può essere di certo la stanca e interclassista utopia senza fascino della decrescita, al cui pensiero aderiscono anche formazioni e teorici di destra (come Alain de Benoist). Si potrebbe tranquillamente sostenere che lo stesso movimento per la decrescita è di destra, o almeno un po’ reazionario (per esempio, girando sul sito www.decrescitafelice.it ci si imbatte in riflessioni che hanno il sapore dell’autarchia fascista). Sarebbe stato più coerente, dopo la cavalcata analitica tra il luddismo storico e il neoluddismo, proporre l’ecologia sociale di Murray Bookchin, magari limata da noiosi municipalismi e localismi e arricchita dalla visionarietà chthlucenica di Donna Haraway. Oppure riprendere il pensiero di tre luminosi critici della tecnologia: Charles Fourier, Carlo Michelstaedter e Gunther Anders.

Di Fourier per la visionarietà immaginifica, basterebbero le ultime cento pagine – con le guerre di timballi e bignè e amori onnigami – del Nuovo mondo amoroso (ripubblicato dalle edizioni Anarchismo nel 2020) per far impallidire qualsiasi utopia tecnologica.

Michelstaedter per il suo Discorso al popolo, che scrisse nel 1909, subito dopo aver letto in un giornale che degli operai, i quali si erano raccolti per protestare contro la condanna a morte di Francisco Ferrer (fondatore dell’Escuela Moderna, uno dei primi esperimenti di pedagogia libertaria), avevano applaudito un aeroplano, che per caso era passato sopra la piazza in cui tenevano il comizio. Michelstaedter immagina di aver reagito violentemente contro questo loro entusiasmo e di esser stato perciò malmenato dalla folla, alla quale egli avrebbe poi tenuto questo discorso:

… Fratelli voi avete applaudito al simbolo della potenza che vi schiaccia… Fin che … voi siete un’innocua moltitudine d’infelici da sfruttare; e la società borghese vi sfrutta in pace e in silenzio, – e perché vi tiene col giogo del vostro bisogno di farvi sentire la forza micidiale delle sue armi. Ma le sue armi le prepara nel silenzio e nella pace, e le sa coprire con le apparenze luminose d’umanità e di progresso, e voi – voi le applaudite!… – Ma il giorno che voi acquisterete piena coscienza dei vostri diritti e della vostra forza, il giorno che sarete raccolti attorno ai vostri eroi, attorno ai Ferrer della vostra rivoluzione, sotto le bandiere della libertà popolare, il giorno che vorrete affermare l’inizio della nuova vita di giustizia e di fede – quel giorno, fratelli, l’umanità e il progresso della borghesia vi riveleranno la loro vera faccia, vi stringeranno in un cerchio di ferro e di fuoco, senza pietà per gli schiavi che si ribellano. – voi sarete schiavi in terno se non arriverete a smascherare la miserabile ipocrisia della potenza borghese, che copre di fiori le sue difese e nasconde in seno il pugnale.

E ancor di più il Gunther Anders di L’uomo è antiquato (pubblicato da Bollati Boringhieri) e del dislivello prometeico:

Prometeica chiamo quella differenza che si manifesta quale dislivello fondamentale; cioè quel dislivello che sussiste tra la nostra prestazione prometeica, tra i prodotti fabbricati da noi, figli di Prometeo, e tutte le altre prestazioni; … non siamo all’altezza del Prometeo che è in noi.

Il dislivello prometeico rappresenta dunque la costante asincronizzazione tra l’uomo e la sua stessa produzione, la quale ha raggiunto una tale velocità che lo stesso sentire resta indietro, asincronizzazione destinata a farsi sempre più marcata e che ci deve costringere a ripensare la tecnologia.

Il dislivello prometeico rappresenta dunque la costante asincronizzazione tra l’uomo e la sua stessa produzione, la quale ha raggiunto una tale velocità che lo stesso sentire resta indietro, asincronizzazione destinata a farsi sempre più marcata e che ci deve costringere a ripensare la tecnologia.

Articoli correlati