Diamela Eltit / Passioni, dittature, esistenze e resistenze

Diamela Eltit, Mai e poi mai il fuoco, tr. Raul Schenardi, gran vía edizioni, pp. 158, euro 16,00 stampa

Diamela Eltit, intellettuale cilena forse ancora poco conosciuta in Italia ma insignita di numerosi e prestigiosi riconoscimenti per la sua opera – iniziata negli anni Settanta con le performance per il Colectivo Acciones de Arte e poi proseguita nella scrittura – firma un romanzo cupo e claustrofobico dalla poetica carnale, pubblicato originariamente in Cile nel 2007 e proposto oggi in italiano nella traduzione di Raul Schenardi.

Mai e poi mai il fuoco è il monologo di una ex militante rivoluzionaria rinchiusa in clandestinità in una stanza insieme al compagno, anch’egli ex combattente, con cui rievoca un passato condiviso di ideali, lotta e sofferenza, mentre un presente disilluso a cui non sentono di appartenere li costringe a fare i conti con il fallimento, l’impotenza e il declino sia del mondo in cui avevano sperato sia della loro vita, del loro corpo e di quello che forse un tempo era stato il loro amore.

Il rifugio che si fa prigione e la costante sensazione di un’attesa senza oggetto rimandano ad atmosfere beckettiane: quella di Eltit è una prosa dell’assurdo capace di inghiottire le speranze e di sacrificare i figli in nome di ideali che perdono sostanza riga dopo riga, ricordi che trasfigurano in sogni e certezze che si sgretolano in interrogativi martellanti e privi di senso.

Lo spazio che si restringe, i corpi che lentamente ma inesorabilmente si disfano, i fantasmi dei compagni caduti nella lotta che si affollano ai piedi del letto insieme a quello tragico del figlioletto di due anni lasciato morire senza le necessarie cure ospedaliere per preservare una “cellula” che di lì a poco si sarebbe comunque disgregata, i sospetti, il rancore crescente unito al rigore dell’obbedienza fanno di questo testo denso e potente un’opera da maneggiare con cura: la cura necessaria per recepire fino in fondo la portata di una poetica fondata sulle infinite sfumature di un dolore sordo, che espone il lettore a una fragilità nuova, intensa e lirica.

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Il filo della narrazione di Mai e poi mai il fuoco – titolo che riprende un verso dell’enigmatica poesia I nove mostri del poeta peruviano César Vallejo – si spezza e si attorciglia infinite volte, mentre i ricordi che affiorano gettando frammenti di consapevolezza nel torrente onirico del monologo si intervallano ai passaggi de Il Capitale di Marx che la protagonista era incaricata di copiare e diffondere. L’effetto straniante che deriva dall’accostamento di questi linguaggi tanto diversi è la misura del disadattamento dei protagonisti a un nuovo presente che coincide con il nuovo millennio e con la sostituzione della dittatura politica con la dittatura dell’economia, che travolge dalle vetrine delle piazze e si scontra con la realtà dei corpi senili degli anziani che la donna, per procurare un minimo di sostentamento alla coppia, si occupa di accudire una volta alla settimana, lavandoli e vestendoli. Nella loro vulnerabilità si riconosce la vulnerabilità della vita stessa quando si riduce a un mero meccanismo destinato prima o poi a cedere – e ad essere sostituito.

La lotta, la passione, il fervore politico che emanano dai ricordi della donna si scontrano con una quotidianità spoglia e drammaticamente inutile, dove il combattimento si è spostato dalla strada all’interno della coppia, che con silenziosa ferocia si litiga centimetri vitali su un letto che è tutto fuorché un luogo di riposo; un letto divenuto campo di battaglia da quando la madre vi ha accudito il figlio malato, o addirittura da prima, da quando ha dovuto partorirlo senza l’aiuto di medici tra atroci sofferenze proprio lì, su quel giaciglio duro come l’esistenza disperata e soffocante cui appare destinata la coppia. E proprio quando la voce narrante sembra aver detto tutto, dopo aver confessato la propria disperazione in un flusso di coscienza che non lascia alcuno spiraglio, il dubbio si insinua: è successo davvero? Dov’è il ricordo condiviso che può confermare la realtà, dove sono le fotografie, che anno era? Il tempo continua la sua danza macabra nelle parole della voce narrante, va avanti indietro e sembra deviare verso il tempo inventato del possibile, che lascia tuttavia ancora meno aperture del tempo della realtà, chiudendo il cerchio che collega la morte – degli ideali come degli individui – alla pazzia.


 

 

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