Emanuele Kraushaar / Una strana società

Emanuele Kraushaar, La società degli uomini-barbagianni, Tlon, pp. 162, euro 16,00 stampa, euro 6,99 epub

Un giovane uomo trova nella soffitta della sua casa ai confini del bosco un libro che racconta della società degli uomini-barbagianni. Creature notturne, alte due volte un uomo, con il becco adunco e grosse ali, che vivono per lo più sugli alberi. Catturano gli uomini, li imprigionano in grandi gabbie nel bosco, se ne cibano dopo pochi giorni o dopo anni.

Le donne-barbagianni, che subiscono le brame sessuali degli uomini-barbagianni, non ricavandone alcun piacere fisico ma accoppiamenti violenti finalizzati soltanto alla riproduzione, desiderano rapporti fisici con gli umani per impadronirsi della loro energia sessuale e, si direbbe, per un poco di piacere. Più piccole dei maschi, le donne-barbagianni non volano e sono più simili agli esseri umani se non fosse per una peluria estesa uniformemente dal mento ai seni. Uomini e donne “barbagianni” sono esseri misteriosi la cui vita sfiora l’eternità e che anticipatamente muoiono soltanto in combattimento oppure per un misterioso motivo definito da padre Tale – il principale etnografo umano ad aver scritto di loro – la “piena consapevolezza di se stessi”, misteriosa condizione che determina una sorta di esplosione del loro organismo.

La prova dell’esistenza degli uomini-barbagianni è data dal fatto che alcuni, pochi, studiosi sono riusciti, non si sa come, a entrare in contatto con essi, descriverne e analizzarne i comportamenti. Essi esistono, soprattutto perché – come ha scritto padre Tale – “provare la non-esistenza degli uomini-barbagianni di giorno ci condurrebbe a sostenere la non-esistenza di noi stessi”. Eppure, già adesso, prima di inoltrarsi nel bosco dal quale sono irresistibilmente attratti, prima di finire ingabbiati e probabilmente molto presto divorati, gli esseri umani raccontati da Emanuele Kraushaar (prima voce italiana della collana Tlon Finzioni) in La società degli uomini-barbagianni vivono in modo rarefatto, scomposto, come contorni senza sostanza e riempimento.

Il protagonista, A., in un crescendo onirico e di fuga dal mondo, boccheggia nella sua casa ai margini del bosco, da dove gli uomini-barbagianni lo attraggono come le Sirene pur non promettendo nulla di buono o di desiderabile. Tra i suoi pochi ricordi, l’immagine – sempre la stessa – della bocca della madre che si apre con denti perfetti e bianchissimi: un morso, più che un sorriso (e se anche fosse un sorriso, non sembra collegato ad esso alcun piacere). Il padre è citato una sola volta, in un modo (“mio padre aria senza forma”) che lo fa pensare come vittima o predestinato alla sofferenza.

Le altre società immaginate nella letteratura occidentale, come quelle incontrate da Gulliver, Gordon Pym e Odisseo, sono sempre state un modo per raccontare gli umani attraverso l’esasperazione di un carattere, una fisionomia, una superstizione, una paura. Alter ego e controparti spesso amorali che hanno dato forma a ossessioni e idiosincrasie tutte umane. Gli uomini-barbagianni vivono tangenti al sistema di ascisse e ordinate che determina le azioni, i movimenti, i pensieri e le aspettative degli umani; sono – i maschi più che le femmine – i cattivi in assenza dei buoni; cattivi senza possibilità di redenzione: non per loro, ma per noi stessi. Definiscono un altro che invece di dare forma, come da tradizione culturale, alla nostra identità, la distrugge; cancella il mondo reale, lo rende evanescente, incerto, un posto insicuro dove stare e dove amici, amori, sentimenti, affetti non hanno presa; dove la scansione del tempo non esiste più (“tutto quello che accade, accade in questo momento”).

A. scrive frasi sconnesse sulla pelle bianca della sua fidanzata (che non protesta) e dirada sempre di più gli appuntamenti con lei, soprattutto dopo lo sconvolgente incontro con una donna-barbagianni, il suo unico innamoramento. Sembra che i pochi umani che come fantasmi compaiono nel libro da un certo punto in avanti non riescano più a parlare: balbettano, non si riconoscono l’un l’altro, non ricordano cosa hanno fatto o detto poco prima, in un progressivo distacco dalla realtà che non sembra neppure un distacco, tanto non sembrava realtà.

La citazione di Kafka posta in esergo al romanzo è molto calzante: “Due compiti per iniziare la vita: restringere il tuo cerchio sempre più e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori dal cerchio”. Eppure nel racconto manca un po’ il ritmo, il crescendo della tensione; l’inquietudine non muta di colore e ha una leggerezza che distrae. Come se quello stare fuori dal cerchio (perché è evidente, sin dalle prime pagine del libro, che A. ne è sbalzato fuori) e quel girare come un criceto impazzito lungo il perimetro esterno della circonferenza, vorticosamente, facessero scomparire non solo la linea di contorno e lo spazio che questa racchiude ma anche il foglio dello scrittore, e nel bianco rimanesse soltanto un puntino. Se il cerchio è ristretto tanto da diventare piccolissimo può valere come un dubbio: se non sappiamo più cosa siamo e non ci interessa saperlo, cosa rappresenta una controparte e a che serve raccontarla?

 

 

 

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