4 Agosto, 2020

Umani e macchine

(a cura di), Il primato delle tecnologie. Guida per una nuova iperumanità, Mimesis, pp. 230, euro 15,20 stampa

La collana Il caffè dei filosofi di Mimesis nasce per illuminare e decostruire oggetti e emergenze dell’attualità culturale – dalle serie TV alle arti marziali, dal trumpismo alla Marvel – alla luce di una narrazione critica, dalle parti di una filosofia del contemporaneo stretto, se non proprio di una pop filosofia. “Il primato delle tecnologie” – il plurale, alla fine, è majestatis: si parla di automazione dell’intelligenza, riduzione numerica dell’esperienza, sorveglianza e controllo dell’ambiente, insomma del Digitale – sceglie un oggetto, anzi un iperoggetto, che non si può distanziare (oops…) o circoscrivere, il sistema nervoso dell’antropocene, di cui pensavamo di occupare il centro, che ci interconnette ogni giorno come nodi umani, soggetti duali, online e onlife, come si dice.

Indirizzata già dal sottotitolo – “Guida per una nuova iperumanità” – verso una verifica della prospettiva post-mcluhaniana, diciamo subito che l’antologia curata da Carlo Bordoni si rivolge a chi cerca una visione d’insieme e non pensa che la filosofia debba perdersi in troppi dettagli. Il volume offre una significativa overview, accogliendo e remixando contributi orizzontali di biologi (Di Mauro), sociologi dei media (De Kerckhove), studiosi di letteratura e di cinema (Gallo, Gramantieri, Tani), e ovviamente filosofi (Sini, Stiegler, Fadini, Maffesoli e altri), lasciando al lettore il compito di dialettizzare posizioni storicamente distinte per impostazione e distanti per scuola di pensiero. Proviamo a dargli una mano.

, ricercatore del MIT, di cui abbiamo recensito qualche mese fa su qui su Pulp Libri Il mondo ex machina si chiede, sulla scorta di Lev Manovich e di Wendy Hui Kyong Chun, cosa significhi oggi – e più ancora domani – vivere in una software society, in un’economia-mondo programmabile e supervisionata dalle AI, dove l’operatività e le transazioni sono prevalentemente machine to machine mentre il ruolo degli umani nella divisione del lavoro sarà sempre più in bilico tra potenziamento (augmentation) e sfruttamento (heteromation).

Carlo BordoniUna prospettiva non solo concettuale, che convoca le ragioni dell’etica e la cura per il futuro (if any…), indagate in particolare nell’intervento di Bernard Spiegler: “La fine del mondo è sempre intesa in due sensi non semplicemente opposti, ma bipolarizzati: il mondo può scomparire, come fine del mondo, e deve trovare un fine che differisca questa fine.” Più che dell’essere umano e della sua civiltà, un attimo nella storia della biosfera, che oggi percepiamo a un bivio, occorrerebbe preoccuparsi “dell’essere-non-inumano” – cioè non amorale – “sempre in grado di diventare un essere-inumano.”

Su un altro piano, in quella che ha l’aspetto e tutta la consistenza di una brillante lectio magistrais su e la scuola di Toronto, con tanto di decalogo mcluhaniano, richiama il contributo della generazione “protocibernetica” (definizione di Gene Youngblood) a proposito del mondo dopo, cioè di adesso: “Con McLuhan divenne chiaro che l’individualismo occidentale e la sua concomitante psicologia autonoma sono in gran parte dovuti alla possibilità incoraggiata solo dai libri di inventare la propria mente”. O, detta alla Mcluhan: “Il prossimo medium, qualunque esso sia, potrebbe essere l’estensione della coscienza”.

Una prospettiva – l’avvento di una cultura “machina”, intrinsecamente postafabetica – che in alcuni contributi sembra rianimare l’eterno dibattito tra apocalittici e integrati: se per equivarrebbe alla “fine della comunicazione” tout court, perché “sotto la falsa rappresentazione di un computer personale, ciò che si produce è sempre di più l’uomo di massa” (ma non era personal?) per – che celebra le “tribù” Twitter e quelle per la verità estinte di MySpace, Second Life e Orkut – significherebbe il “reincanto del mondo” che si fa strada nella postmodernità.

Rispetto alle suggestioni umanistiche vale forse il richiamo di sulla natura neotenica dell’ homo habilis: “ L’uomo, gli esseri umani, sono esseri tecnici per eccellenza e per essenza: tutte le chiacchiere indebitamente “umanistiche” o “spiritualistiche”, che immaginano l’Uomo in sé come una sorta di soluzione di ogni problema, qualcosa da privilegiare e da proteggere nella sua essenza naturale o misteriosa, nei suoi destini speciali e magari nella sua provenienza da un assoluto ed enigmatico “essere”, vengono meno”. Un approccio che, indirettamente, aiuta anche a inquadrare le basi della possibile iper umanità evocata nel titolo del libro: “Non vi è nulla di letteralmente “interno” nel soggetto, poiché esso è il prodotto della interiorizzazione delle risposte sociali alla voce. La cultura è una macchina, un fenomeno auto-semovente e in questo senso un automa”.

Testi di Cosimo Accoto, Carlo Bordoni, , Derrick de Kerckhove, Lelio Demichelis, , , Adriano Fabris, , , , , , , Michel Maffesoli, Alberto Oliverio, , , , Stefano Tani

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